Set20

Alcol e droga, adolescenti in lotta con le dipendenze

Alla comunità Trilly di Masotti uno staff di dieci medici ed educatori segue ogni giorno il percorso di reinserimento dei ragazzi. «Legalizzare gli spinelli? Un errore»

Alcol e droga, adolescenti in lotta con le dipendenze

Hanno tutti tra i 15 e i 18 anni. Spesso hanno alle spalle famiglie multi-problematiche, altri invece appartengono alla media borghesia. Hanno i sogni e le incertezze di qualsiasi altro adolescente. Le stesse mode, gli stessi gusti musicali. Solo che l'alcol e la droga non permettono loro di crescere. Sì, perché quelle sostanze distruggono il loro cervello ed il loro fisico. Sono i ragazzi di Trilly, la comunità terapeutica per minori di Masotti che segue 10 ragazzi proveniente prevalentemente dalla Toscana, ma anche da Umbria, Lazio, Sicilia e Liguria.

Nata il 21 giugno 2013, la comunità ha seguito, ad oggi, una quarantina di adolescenti, 6 di questi (5 maschi e 1 femmina) pistoiesi. Un aiuto indispensabile per chi soffre di dipendenze all'alcol e alle droghe, l'ingresso in comunità può avvenire o tramite il Sert e i servizi sociali o tramite provvedimenti emessi dal Tribunale minorile. La causa dell'uso di alcol e droghe? Non la sappiamo. Nessuno lo sa con certezza. I motivi possono essere tanti e più disparati. Disagio interiore, trasgressione e socializzazione. Ma anche depressione e abbandono. Lo spinello non è la sola droga “bazzicata” dai più giovani: anfetamine, ecstasy, cocaina e anche eroina.

Nella struttura di Masotti ci sono una responsabile, Martina Pastacaldi, una psicoterapeuta, Simona Gori, 6 educatori, un medico-psichiatra e un infermiere part-time. I ragazzi vivono in comunità 7 giorni su 7 e rimangono lì minimo un anno. «Ognuno ha il proprio percorso - spiega Franco Burchietti, presidente Ceis Pistoia - i primi tempi sono i più duri: i ragazzi devono perdere i contatti con l'ambiente che hanno frequentato fino al momento prima di entrare in comunità. Anche con i genitori, o eventuali fidanzati, i contatti avvengono dopo un mese, gradualmente e con la presenza di un operatore».

Non solo. La comunità ha delle regole da seguire: un colloquio personale alla settimana e uno di gruppo per quanto riguarda l'aspetto terapeutico; per quello sanitario, ogni adolescente ha un operatore di riferimento per imparare a relazionarsi con gli altri e con se stesso. Poi ci sono anche attività ludiche: teatro, laboratori, apicoltura. C'è anche uno spazio dedicato ai genitori con la psicoterapeuta. Perché «la famiglia ha un ruolo determinante nell'aiutare il giovane ad uscire dalla dipendenza. Il problema, spesso e purtroppo, è sottovalutato dai genitori» dice Samantha Scuderi, coordinatrice psicoterapeuta. Niente scuola, almeno per i primi mesi. «Ci abbiamo provato ma senza successo - spiega Martina Pastacaldi, responsabile della comunità- poi valutiamo via via e singolarmente quando un ragazzo è pronto a tornare alla normalità. Ma non è facile, spesso ci sono ricadute. In tanti quando arrivano qui cercano la mamma, altri piangono. Apparentemente forti, in realtà sono dipendenti dalla famiglia più di quanto si pensi».

Anche tentativi di fuga. Si può parlare di guarigione? «Per le dipendenze è più facile usare il termine remissione - dice Gordana Labas, ex responsabile della struttura - anche se possiamo dire che in comunità i ragazzi fanno passi avanti. Il percorso però non può concludersi con l'uscita dalla struttura: deve continuare la collaborazione tra servizi e famiglie». Da qui la presa di posizione di Burchietti e dell’intero staff della comunità sulla legalizzazione delle droghe leggere: «Siamo contro questa riforma, almeno non in questi termini. Tocchiamo ogni giorno con mano tali realtà da anni: l'uso di queste sostanze incide irrimediabilmente sulle cellule del cervello. Passare dal divertimento dalla dipendenza è un soffio».

di Alessandra Tuci

fonte: Il Tirreno

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