Set15

Melito, Reggio Calabria: "un pugno nello stomaco"

Una riflessione sul tragico episodio di una 13enne stuprata per due anni, di Luciano Squillaci - Pres. FICT

Melito, Reggio Calabria:

Io sono di Melito…

Non sono nato a Melito Porto Salvo, ci sono arrivato giovane obiettore di coscienza circa 20 anni fa ed ho scelto di rimanere. Fino a qualche giorno addietro a chi mi chiedeva se sono di Melito ho sempre risposto con una battuta: grazie a Dio no, sono stato “importato”. Oggi, non più. A chi me lo chiede rispondo senza tentennamenti, con feroce convinzione ed orgoglio: si, sono di Melito, senza se e senza ma, così come lo è mia moglie e lo sono i miei figli....

Melito Porto Salvo è una piccola cittadina della fascia ionica di Reggio Calabria, arroccata su una striscia di terra “strappata” al mare, all’ombra di una rocca dalla cinque dita, Pentedattilo.
Melito è una realtà complessa, dalle mille contraddizioni, come molti paesi Calabresi e meridionali. Terre aspre, difficili, dove si intrecciano quasi senza soluzione di continuità espressioni di straordinaria umanità con elementi di terribile bestialità e crudeltà. Storie, vicende, situazioni dai contorni spesso sfocati, che portano a mischiare, a manipolare, a confondere.
Ed è proprio qui, in questa punta estrema della Calabria, che una tredicenne è stata abusata, violentata, annientata per 2 anni da un branco di giovinastri tra cui il rampollo della famiglia Iamonte, indiscussa cosca dominante nella ‘ndrangheta locale.
Una notizia drammatica, abnorme, sconvolgente, rispetto la quale l’intero mondo della stampa ha colto gli aspetti più “morbosi”, tacciando un intero territorio di omertà e vigliaccheria.
La vicenda è stata inquadrata “semplicemente” come ennesimo fatto di ‘ndrangheta, sottovalutando, con colpevole superficialità la drammatica emergenza educativa e culturale che vi si nasconde dietro.
Eppure in questo momento Melito rappresenta lo specchio della nostra società, e non solo, purtroppo, meridionale.
Nel fatto terribile che è avvenuto sono due gli elementi certi: una vittima innocente e brutalizzata ed un chiaro forte segnale del disagio giovanile che le nostre realtà oggi affrontano.
Tutto il resto è cornice, curiosità morbosa, in alcuni casi truce pettegolezzo.
E la vittima diventa ancora più vittima, nella sua indifesa fragilità: che giovamento ne può avere oggi nel vedere messi in piazza, su tutti i giornali e nei talk show televisivi, gli aspetti più torbidi della sua tragedia personale, mentre quando ne aveva realmente bisogno aveva per compagni solo silenzio e solitudine?
Certo il disagio si aggrava lì dove, come a Melito, è fortemente presente la ‘ndrangheta, un male terribile che permea di se ogni cosa e che ti abitua alle sue regole bestiali, rendendoti inconsapevole complice di un sistema che sin da bambino ti raccontano come immutabile.
Ma nello scoramento, nella generalizzazione superficiale dei problemi, nel fango sollevato ad arte, nella notizia scandalistica dove si confondono il bene ed il male, dove le vittime diventano carnefici ed i carnefici vittime, è proprio lì che si nasconde il male endemico di questa terra: la rassegnazione, buia anticamera di un dilagante disimpegno.
Di questa cultura al ribasso, di questo cinismo volgare, è ormai permeata la nostra vita quotidiana. I nostri figli vengono educati sin da piccoli alla inevitabilità del male, a sopravvivere tenendosi a galla, ad essere più furbi del compagno, al proprio personale tornaconto. Perché tanto il mondo va così.
Ma perché non cogliamo l’occasione e spieghiamo ai ragazzi di Melito perché in questo paese non esiste un solo luogo di aggregazione, non ci sono spazi attrezzati ed impianti sportivi, non esistono servizi educativi e sociali al di fuori di ciò che tentano di fare le scuole, le parrocchie e le poche famiglie che ancora reggono. Perché non gli spieghiamo per quale motivo qui non c’è un cinema, un teatro, una biblioteca, o almeno una libreria. E perché invece ad ogni angolo puoi trovare una sala slot, palazzi non terminati, strade in stato di completo abbandono, piazzette chiuse e sporche, scuole pericolanti ed inagibili. Perché non spieghiamo ai nostri ragazzi che ormai da decenni non si investe più su di loro, che questa è una società incapace di coniugare i verbi al futuro, che in Calabria si spendono solo 26 euro pro capite in servizi sociali di cui praticamente nulla in servizi educativi. E perché non diciamo chiaramente ai nostri figli che è proprio in questa arretratezza, in questo abbandono, che cresce la mala pianta della ‘ndrangheta, del sopruso, della clientela, della sottomissione violenta. Perché non gli diciamo tutto questo, nella verità, senza cercare come sempre giustificazioni, senza annacquare il male sino a farlo diventare bene.
E da qui che dobbiamo ripartire, da una proposta educativa seria, forte, appassionante.
Ed è forse proprio da Melito, da questo fazzoletto di terra che sembra abbandonato da Dio e dagli uomini che può e deve ripartire la speranza.
Questa vicenda indegna deve essere per tutti noi un pugno nello stomaco. E come se qualcuno avesse alzato improvvisamente il tappeto sotto il quale per tanto tempo abbiamo nascosto la polvere. Ora è giunto il momento di spazzare via quella polvere!
Melito è uno specchio nel quale in mezzo al fango del disagio giovanile, della mala politica, della ‘ndrangheta, se sapremo guardare bene, si riflette anche quel pezzetto di cielo che è rappresentato dai tanti cittadini, melitesi e non, che con il lavoro quotidiano, nelle associazioni, nelle parrocchie, nel terzo settore, resistono e credono ancora, nonostante tutto, nel cambiamento.
Che questa storiaccia possa davvero divenire un punto di partenza verso un futuro diverso.

di Luciano Squillaci - Presidente FICT

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