Lug25

Tossicodipendenze, In Liguria comunità vietate a chi vuole curarsi

Ottocento posti per i carcerati, ma la Regione gira i soldi altrove e ne copre solo la metà

Tossicodipendenze, In Liguria comunità vietate a chi vuole curarsi

I posti ci sono, nelle comunità liguri: anzi, molti restano vuoti. Eppure, a restare fuori – o meglio, dentro il carcere – sono più della metà dei tossicodipendenti che potrebbero scontare la pena alternativa e curare la loro dipendenza. Quattrocento persone su 800, in tutta la Liguria. Il motivo? «Il budget della Regione si esaurisce già a metà anno, e quello destinato alle comunità genovesi per il 40 per cento viene dirottato fuori regione e fuori provincia – attacca Paolo Merello, direttore generale di Ceis Genova – il motivo? Non vorrei che la tendenza sia quella di allontanare il problema. I drogati sono sempre gli ultimi degli ultimi».

Del budget annuale per le dipendenze della Regione Liguria - 12 milioni di euro - 5 milioni vanno alle strutture di Genova. Ma solo 3 milioni effettivamente vengono destinati alle comunità: il resto finisce fuori provincia e fuori regione. Con l’aggravante che, al di là dell’aspetto etico e terapeutico, alla società queste 400 persone in Liguria affette da dipendenza e con problemi con la giustizia che restano fuori dal percorso di cura, costano caro. «Allo Stato, a tutti noi, un carcerato costa in media 400 euro al giorno – calcola Merello – mentre la comunità terapeutica solo 61,90 euro».

Dietro la crudezza di numeri e calcoli, c’è il dramma delle dipendenze e delle famiglie: con le comunità «in perenne affanno – riflette Marco Cafiero, avvocato penalista e consigliere della Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict) – negli ultimi anni assistiamo a un aumento esponenziale di persone dipendenti provenienti dal carcere. In Campania tocchiamo punte del 70 per cento, in Liguria del 50 per cento rispetto al totale di chi ha problemi di dipendenze e ha bisogno di entrare in comunità». A occuparsene è Coreat, il coordinamento regionale enti ausiliari per tossicodipendenze, a cui aderisce Ceis, con le tre strutture di Sanremo (L’anfora), Ceis Centro di Solidarietà di Genova e il consorzio Cometa a Spezia e Massa. Ma come funziona l’accesso a queste strutture? «O sono persone ancora in attesa di giudizio, in custodia cautelare, o sono in esecuzione penale – precisa Cafiero – l’accesso alla comunità rappresenta un’alternativa alla detenzione. Tramite gli avvocati presentano domanda al tribunale di sorveglianza. È poi una commissione ingressi mista, composta da privato sociale e servizio pubblico, a individuare il soggetto e a stabilire che sia meritevole del programma terapeutico. Indipendentemente dalla pena che ha davanti, la persona intraprende così un percorso residenziale comunitario.

Al termine, viene reinserita nel mondo del lavoro e la misura alternativa diventa di tipo territoriale: ha raggiunto una totale autonomia. L’inserimento in comunità – continua Cafiero – evita che queste persone tornino a delinquere. E anche la cronicizzazione della dipendenza. Il grande rischio, infatti, è che spesso chi esce dal carcere diventi dipendente da metadone, insomma resti cristallizzato nel suo problema». A fronte di tutto ciò, il paradosso più crudele – prosegue Cafiero – è che  «non esiste un fondo destinato alla prevenzione: con azioni nelle scuole, nel mondo dello sport. Abbiamo chiesto alle istituzioni più fondi, una strategia mirata permetterebbe di ridurre i costi sociali. Il dipartimento delle dipendenze, a livello nazionale, oggi è direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio e non da un Ministero con portafoglio: il problema, dunque, è che ha un margine di manovra ridottissimo ».

di Erica Manna - Repubblica.it (Genova)

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