Giu16

“Mi avevano detto di rassegnarmi, ché il mio male me lo porto dentro”.

Viaggio nella tossicodipendenza, tra false verità e reali speranze

“Mi avevano detto di rassegnarmi, ché il mio male me lo porto dentro”.

“La gente pensa che si tratti di miseria, disperazione,(…). Ma quello che la gente dimentica è quanto sia piacevole, sennò noi non lo faremmo. In fondo non siamo mica stupidi! Almeno non fino a questo punto. Prendete l’orgasmo più forte che avete mai provato. Moltiplicatelo per mille. Neanche allora ci siete vicini”. (Mark Renton, Trainspotting).

Forse sì, bisogna partire dalla risposta che appare più assurda e banale: si va alla ricerca del piacere. Punto. Il primo a parlare in questi termini, senza perdersi nella retorica o nelle motivazioni introspettive, è stato Paolo. La cocaina, che ha quasi subito abbandonato. L’eroina, il piacere più grande. E poi il tentativo di uscirne con il metadone: “Ero arrivato ad iniettarmelo, stavo per morire”. Paolo si racconta con sincerità, senza giri di parole e senza la pretesa di dare quelle risposte scontate e in un certo senso accettate: “Nessuna crisi esistenziale, una vita più o meno regolare. Certo, i problemi non mancavano…che casino. Ma chi non li ha? Io ho reagito così. Mi ci sono trovato quasi per caso. Qualcuno mi ha offerto l’eroina. L’ho provata e, credimi, il piacere che ti dà è incredibile, indescrivibile. La dipendenza arriva subito, non puoi più farne a meno, ti entra nel corpo e nella testa. Ti trasformi, la cerchi, trascuri gli affetti, le relazioni. Ti ritrovi a fare cose che mai avresti pensato: chilometri solo per una dose, avanti e indietro abbandonando per ore chi ti vuole bene. Dimenticandotene. L’ago, prima ti fa paura, almeno per me era così. E allora ti fai fare, chiedi aiuto. Poi ci prendi confidenza, ti piace. Ti fai da solo. Ad un certo punto però tocchi il fondo, rischi di morire. È un’altalena tra voler smettere e cercare il piacere per dimenticare, almeno per un po’, il dolore del mondo. Mi chiedi perché. Non so il perché. Non avrei mai immaginato di trovarmi in questa situazione. Eppure eccomi, sono qui. Non so quanto resisterò, se davvero ne uscirò. Forse non ne sono capace: una volta, fuori dalla Comunità, una psicologa mi ha detto che il mio male me lo porto dentro, che non ne potrò mai uscire. Qui mi dicono il contrario. Io non lo so quale sia la verità. So che ci sto provando, questo è sicuro”. Il Ce.Re.So (Centro Reggino di Solidarietà), associazione di volontariato aderente alla Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (F.I.C.T.), nasce nel 1991, grazie al cuore grande di Totò Polimeni e don Piero Catalano. Da venticinque anni svolge la propria attività finalizzata al recupero e reinserimento sociale dei giovani tossicodipendenti seguendo la metodologia di “Progetto Uomo” che, ideata da don Mario Picchi, “si basa sui valori fondamentali dell’uomo: l’onestà, l’amore responsabile, la fiducia e il rispetto di sé e degli altri, la solidarietà”. Su tutto il territorio della Provincia di Reggio Calabria è particolarmente attivo ed impegnato nella prevenzione del disagio e della devianza, in particolare giovanile, nonché nella promozione dei valori della gratuità, del volontariato e dell’impegno civile.

La Comunità Terapeutica Archè è il suo cuore pulsante, “luogo privilegiato di cambiamento”, e lì si respira davvero un’aria particolare. Il paese – Sant'Alessio d’Aspromonte – la ospita tra il distacco di un quieto “vivi e lascia vivere” e la lentezza di giornate che scorrono lente. La Comunità è viva e ti travolge con il suo carico di storie e persone. Ci sono andata tre volte e credo di non averci ancora capito nulla. Ogni volta era diverso. Ascoltavo storie, creavo legami, cercavo di capire il confine, labile, tra verità e bugia. Tanti si raccontano, altri  “te la raccontano”, e tu devi tenerlo presente: lì ogni persona ha la sua verità e quella verità può cambiare di volta in volta.

Quello che vedi, le sensazioni che provi, le storie che ascolti…non si ripetono mai. Ai contrasti netti  che immaginavi di trovare – cosa è giusto e sbagliato, la tossicodipendenza figlia di un disagio esistenziale, la tentazione di giudicare -, si sostituiscono le sfumature in un continuo mettere tutto in discussione. I dubbi, le domande, i mille perché ti spingono a tornare. Vai la prima volta, poi la seconda e la terza. Pensi: “Chissà se li troverò ancora tutti”. Purtroppo non è così, qualcuno abbandona e tu, con le tue false certezze, non te ne fai una ragione.

Le persone, pur essendo le stesse, appaiono diverse: in base alla fase che vivono, cambiano sguardo, postura, tono di voce. C’è la nostalgia per i propri cari, e i momenti di incontro rappresentano l’anello di congiunzione tra il prima e il dopo e c’è quel senso di colpa che incupisce l’anima: “Ho deciso io di venire qui, l’ho fatto per mia madre: era arrivata al punto di darmi i soldi per non farmi stare male”.  Francesco ha 26 anni, è lì da più di otto mesi, dice di aver iniziato a usare sostanze intorno ai dieci anni e nella sua vita, “essendo una persona curiosa”, ha provato di tutto. E mentre tu sei lì che lo ascolti incredula – possibile che abbia davvero iniziato così giovane? –  lui ti spiega alla perfezione effetti e “dosi consigliate” per non farsi sopraffare dalle sostanze: “Così puoi andare avanti un bel po’ senza che i tuoi se ne accorgano”.

Le giornate trascorrono scandite dal ritmo alternato delle attività e le pause sigaretta – “la nostra ora d’aria”, dice qualcuno scherzando – mentre i mesi passano tra successi e fallimenti. Dall'esterno sembra tutto sempre uguale, ma non è così: “Sono tornato a casa, ho riabbracciato i miei figli e nel loro sguardo non c’era più paura. Sono pronto per ricominciare”. Antonio ha 46 anni, viene dal Venezuela e l’alcol nella sua vita c’è sempre stato: “Lì è praticamente normale, tutti bevono. Io ho iniziato a sedici anni, diventi alcolizzato senza neanche accorgertene. Impari a gestirne gli effetti, diventa un’abitudine quotidiana”. L’Italia, poi la Germania dove conosce la donna che sarebbe diventata sua moglie, e di nuovo l’Italia. Antonio ha tre figli piccoli: “Il momento in cui ho visto che si spaventavano di me, è stato in assoluto il peggiore della mia vita. Non ho mai picchiato nessuno, ma le mie parole erano violente”. Lo guardi negli occhi, e nel suo sguardo così pulito e sincero, di quella violenza non trovi traccia.

“Non un atto predatorio”. Aurelia – amica e collega che ha vissuto questa esperienza con me, trasferendo il suo sguardo nelle foto che ha scattato – ha riassunto così il nostro essere lì: non un atto predatorio nei loro confronti; non una raccolta sterile di storie da utilizzare chissà come. Piuttosto un esserci, in punta di piedi, con discrezione ed empatia, per raccontare senza giudizio o pregiudizio. Lo ha detto a pranzo, momento che in Comunità è molto particolare. I tavoli sono disposti a forma di ferro di cavallo, ci si può guardare tutti negli occhi mentre chi ha voglia condivide un pensiero. Se sei ospite trovi, come benvenuto, un segnaposto colorato che ti riporta in una dimensione semplice. Il menù varia di volta in volta e a cucinare sono i ragazzi, a turno. Lì funziona così: gli orari sono scanditi, i compiti precisi e i ruoli determinati, ma non immutati. Si cambia, a ciascuno tocca fare tutto prima o poi. La cura della “casa” dipende completamente da loro.

Le loro scarpe sono consumate dalla vita, per arrivare lì hanno percorso strade diverse: la droga, l’alcol, gli psicofarmaci… per qualcuno rappresentano solo una parte del problema, una sorta di parentesi in una vita trascorsa dietro le sbarre, di un carcere o di una periferia abbandonata, a cercare scorciatoie: “Ho fatto domanda per tornare in carcere, qui non fa per me”. Turi, 29 anni, una vita davanti, mille altre trascorse tra delinquenza e amori travolgenti,  e il rifiuto di una possibilità alternativa alla pena. Lì non ho visto persone fragili o sfortunate, sarebbe troppo facile cadere nella trappola delle categorie. Tra quelle mura ho conosciuto l’umana imperfezione, quella che appartiene a tutti, che ci espone nei momenti difficili e che traduce, nelle nostre scelte, l’io più profondo che spesso nascondiamo, la vera via che intendiamo intraprendere: “Per uscirne davvero dovrei andarmene da lì. Ma non posso. E allora, come faccio a salvarmi?”. Andrea ha 26 anni, è lì da sette mesi e sta pagando il suo conto con la giustizia: “Di errori ne ho fatti, qui mi sto mettendo completamente in gioco, sento che c’è qualcuno che crede in me”, lo dice sorridendo a ammicca mentre si vanta dei suoi risultati calcistici: “Non è un caso se sono il capitano della squadra”.

“Se pensate che il problema sia solo sdrogarsi ve ne potete andare”. Il confronto è continuo. Il metodo Progetto Uomo basa tutto sulla relazione. C’è una via che viene indicata, che richiede impegno costante e partecipazione. E poi c’è la libertà di scegliere, potendo decidere in qualunque momento di andare via. Guardarsi allo specchio, ritrovarsi, riconoscersi, scegliere di continuare… è quella la sfida più difficile. Del resto “Progetto Uomo” non è una metodologia specifica o un credo filosofico, non è neanche una terapia. “È l’insieme di princìpi e di valori che guidano l’azione di chi pone la persona umana al centro della storia, come protagonista affrancata da ogni schiavitù, tesa al rinnovamento, alla ricerca del bene, delle libertà, della giustizia. È la valorizzazione della propria identità rispettando nello stesso tempo quella degli altri, valorizzando il dialogo e la cooperazione: tu solo puoi farlo, ma non da solo”.

Lorenzo, Piero, Natina, Renato, Paolo, Pasquale, Margy, Antonella, Gianni lavorano quotidianamente secondo questo principio. Loro sono lì, accolgono i ragazzi con la loro presenza costante, li guidano indicando la strada – “una strada possibile” – e accettano, con fatica, la scelta di chi decide di non seguirla. “Quanto ci avete messo a mantenere un certo distacco?”, abbiamo chiesto noi, completamente travolte da quella realtà: “Beh, dopo quindici anni ancora ci provo”.

Del resto, gli operatori lo sanno bene: da anni, quotidianamente, vivono in bilico tra la professionalità e l’empatia. Il loro è un mestiere in cui non si timbra il cartellino, e la difficoltà di dover accettare scelte autolesioniste, è pesante come un macigno. Lo sanno bene anche Carmela, Mariella e Nunzy che, con la loro presenza discreta, regalano tempo e sorrisi.  “Educatori e volontari che credono in questi ragazzi, mentre il resto della società li vuole ai margini, considerandoli spacciati: questo mi ha profondamente colpito”. Padre Francois, giovane prete del Ruanda, guida la parrocchia di Sant'Alessio. Per lui la Comunità rappresenta un’occasione di riscatto, un esempio da seguire: “Siamo amici, ormai. E per me è un onore condividere esperienze con loro. C’è un mondo nascosto che facciamo finta di non vedere… tutti hanno diritto ad una seconda possibilità”. Occhi grandi, sguardo commosso, voce pacata ma decisa, riassume il senso di tante inutili parole: “In fondo, chi siamo noi per giudicare?”

di Valeria Guarniera - OltreLaNotizia

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