Apr12

In ricordo di Don Antonio Viale, fondatore del CEIS di Treviso

di Don Gigetto de Bortoli

In ricordo di Don Antonio Viale, fondatore del CEIS di Treviso

Carissimo don Antonio,

capitavo alla mattina presto, spesso con la nebbia, e bussavo alla porta della tua casa canonica – villa elegante rimessa in sesto – per caricarti in auto con me e andare a  uno degli incontri per Presidenti Ceis, un po’ in tutta Italia. Spesso prima delle 6 del mattino.

Provenivo da Belluno e per forza ti trovavi nella mia direzione di marcia. Uscita nord della A 27, tre svolte fino alla canonica di Vascon, poi altre tre svolte di rientro in A 27, tre minuti in tutto di interruzione, e via di corsa verso la meta.

Ricordi? Non riuscivamo a fare lunghi discorsi noi due. Taciturno e parco di parole tu, molto concentrato sulla guida io. Notizie, pensieri e considerazioni sul nostro lavoro e sulla realtà erano espressi in poche frasi.

Le frasi dei tuoi interventi pubblici erano sempre brevi, ponderate e decise. La tua presa di posizione era semplice e chiara.

La fede, la speranza e l’amore che esprimevi era già stata scritta in quello che facevi, emergeva dai fatti del testimone e non dalle parole dell’oratore.

La motivazione per il sì o il no era talvolta tagliente, a mio avviso frutto di un lungo ripensamento e magari lunga sofferenza nel prendere le decisioni, collegata a un carattere schivo.

Sei stato comunque un buon osservatore.

Confesso che negli ultimi incontri, ormai una decina di anni fa, provai dolore e simpatia – insieme – nel percepire la tua fatica a mettere insieme le parole e la loro logica. I primi segni della malattia che ti ha portato al ricovero e poi al graduale distacco, che s’è concluso giovedì notte.

Ma non è questo che desidero ricordare.

Ho davanti le battaglie dei primi anni Ottanta. Gli affollati incontri di genitori, fatti alcune volte con il coinvolgimento di tutti i Centri del Veneto, le assemblee, i gruppi, la formazione, le prese di posizione per presentare il ruolo delle comunità, la loro funzione come riduzione del danno e ricupero della libertà dalla dipendenza.

Ricordo la tua soddisfazione per i passi avanti, per il ritrovamento delle strutture edilizie e operative necessarie, gli interventi con l’opinione pubblica. Non ti sei mai tirato indietro davanti ad alcuna difficoltà.

E poi le riunioni dei presidenti a Roma con don Mario Picchi e le tue rapide e brevi valutazioni in fase di ritorno. Anche quelle a ‘scoppio ritardato’, poiché andavamo a Roma insieme poi, per maggiore consuetudine tua con la città, vi rimanevi, e io tornavo da solo. Tu a Roma eri di casa, avevi lavorato come prete per dieci anni alla Borghesiana.

A guardare indietro, mi domando come abbiamo fatto a spingere avanti le nostre iniziative, tutto fatto in pochi mesi.

Oggi i tempi sono cambiati. Mentre perdurano ancora i valori. Valori difficili da identificare e da far praticare, anzitutto ai nostri residenti e operatori, nel tempo del consumismo a manetta e dell’individualismo del “solo io so cosa voglio!”.

Come la riflessione e l’interiorità, a contatto con il soggetto di sé, unico perciò limitato.

Come il senso di responsabilità legato in modo indissolubile alla libertà.

Come la spiritualità, che richiede ogni giorno una domanda sul senso di ciò che si pensa, si vuole e si fa, quindi il senso della vita.

La tua vita lo aveva trovato ed era la dedizione al servizio e andare oltre te per incontrare gli altri.

Missione di umanità, da uomo, prima che da cristiano e da sacerdote. Anche quando sei entrato nel buio della lunga malattia, che ti ha separato dal mondo.

Grazie per quello che hai fatto e quello che sei ora, specchiato nel cuore del Padre e nel cuore della S. Trinità.

don Gigetto De Bortoli

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