Apr08

Domande e proposte alla società civile, alla politica e alla Chiesa

Intervento di Luciano Squillaci, Presidente FICT, al Seminario "Profezie e sfide per i cristiani nella lotta alle dipendenze patologiche", Roma - Caritas Italiana in collaborazione con il Tavolo ecclesiale dipendenze

Domande e proposte alla società civile, alla politica e alla Chiesa

Ricordo qualche anno fa quando si cominciò a parlare della grande crisi che ci avrebbe colpiti. Oggi faccio fatica a pensare a coloro i quali, falsi profeti che tenevano ben salde nelle loro mani, oggi come allora, le leve dell’economia, il più delle volte responsabili essi stessi di ciò accadeva, in quei giorni ci parlavano di una crisi che sarebbe comunque stata un momento di crescita e di cambiamento positivo. In realtà, come ampiamente previsto, la crisi ha colpito duramente soprattutto i più deboli, e la deflagrazione ha prodotto schegge mortali anche su chi ha scelto di occuparsi di loro. Ed oggi in realtà non sappiamo neanche se ne siamo fuori o meno, sappiamo solo che ci troviamo stremati a tentare ogni giorno di tenere insieme i cocci di un welfare in frantumi.

Eppure oggi la grande paura non è per il futuro dei nostri centri e dei nostri servizi, per le risorse che sono sempre meno, per una disattenzione ormai strutturale ai problemi dei più deboli e dei più fragili. Del resto la crisi ha costituito l’alibi più facile per il disinteresse verso chi soffre.

Ciò che fa davvero paura è la stanchezza che ci portiamo dentro. Una stanchezza che vedi negli occhi degli operatori, dei responsabili dei centri. Quella stanchezza appesantita dalla polvere della strada, dalle difficoltà incontrate, dalle porte chiuse alle quali abbiamo inutilmente bussato e dai muri di gomma contro i quali ci siamo dolorosamente abbattuti. Una stanchezza che troppo spesso lascia intravedere un vuoto, una solitudine che è molto peggio delle difficoltà economiche ed educative nelle quali il nostro mondo è chiamato ad operare.

Siamo passati, quasi fosse un percorso naturale, dalla marginalizzazione dei tossicodipendenti alla marginalizzazione di un intero sistema.

E allora cosa chiedere alla società civile, alla politica, alla Chiesa…

Io direi prima di tutto cosa chiedere a noi stessi. Ed in principal modo a noi società civile nella Chiesa che siamo chiamati a fare politica per il bene comune, ogni giorno. Perché noi siamo Chiesa, siamo società civile e siamo politica. Ritenerci altro rispetto questi mondi significa giustificare la nostra marginalizzazione. Ed attenzione perché spesso i margini sono anche rifugio…

La questione che pongo a tutti noi, operatori Caritas, operatori dei Centri, operatori pastorali, riguarda l’investimento sull’Uomo. Quando i ragazzi arrivano alle nostre porte, quando entrano nelle nostre comunità, quando i nostri operatori li incontrano nelle carceri o più semplicemente quando li vediamo sballati nelle notti delle città, abbiamo già fallito in qualcosa prima. Quegli stessi ragazzi magari qualche anno prima sono stati nei nostri gruppi di catechismo, hanno fatto la prima comunione, sono stati nei gruppi giovanili, nell’azione cattolica, negli scout.

Ancora oggi, grazie a Dio, in molte parti del nostro Paese le parrocchie sono al “centro del villaggio”. Rappresentano ancora un luogo di aggregazione e di incontro dal quale passa, almeno una volta, la stragrande maggioranza dei ragazzi.

Ed allora mi chiedo, e me lo chiedo da laico impegnato e quindi responsabile in prima persona, che tipo di proposta educativa offriamo oggi ai nostri giovani?

In questo seminario abbiamo fortemente voluto un gruppo che si confrontasse sulla prevenzione, sulle azioni educative, sugli stili di vita. E’ da lì che dobbiamo partire. E se non lo facciamo noi, se non parliamo noi di queste cose, chi lo farà? Abbiamo la grande opportunità di incontrare nei nostri gruppi, nelle nostre parrocchie, migliaia di giovani ogni giorno. Dobbiamo sentire come urgente la necessità di alzare il tiro della nostra proposta educativa. Niente più proposte educative tiepide, legate al terrore di “perdere i ragazzi”. I ragazzi li perdiamo se non offriamo loro una reale alternativa, qualcosa per cui valga davvero la pena di appassionarsi. Di proposte tiepide, a responsabilità limitata, a termine, già ne hanno troppe, ne vedono troppe.

Occorre alzare il tiro della proposta educativa, e questo lo possiamo fare solo insieme. I nostri gruppi hanno sviluppato negli anni esperienze e competenze importanti in ambito educativo, ed è un tesoro che possiamo e vogliamo mettere in comune con il resto della Chiesa. Lavorare insieme, pensare insieme, progettare insieme potrà servire a strutturare una proposta educativa più importante, più impegnativa, e servirà a noi per sentirci meno soli, per evitare pericolose chiusure in noi stessi e nelle nostre presuntuose certezze. Su questo sentiamo forte il bisogno di una vera e propria alleanza educativa.

Del resto questo è fare politica. Lo dicevano i ragazzi di Don Milani nella famosa lettera alla professoressa: ho scoperto che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è fare politica.

E noi non possiamo essere indifferenti alla politica, non possiamo restare sul monte, guardando con ascetico distacco ciò che ci circonda giudicandolo immondo. L'indifferenza politica è segno grave della carità che si raffredda.

Il Papa e lo stesso Mons. Galantino che abbiamo il piacere di avere qui con noi, ci esortano quotidianamente ad essere “Chiesa in uscita”, in uscita verso quelle periferie che i nostri centri abitano quotidianamente, nell’incontro con le fragilità delle persone che ci sono affidate, o fisicamente nei quartieri più poveri e degradati dove siamo presenti con i nostri centri di ascolto, con le nostre attività di strada. Questa è una ricchezza per la nostra Chiesa, che però, se non colta sino in fondo nella sua positività, può divenire un ulteriore motivo di solitudine. A forza di frequentare le periferie, se non si mantiene vivo e costante il contatto con il centro, si rischia di divenire noi stessi periferia.

Noi non abbiamo il compito di andare oltre i margini per accudire chi soffre, questo sarebbe assistenzialismo vuoto. Abbiamo il dovere di andare oltre i margini per allargarli, sino a quando non vi saranno più margini: questa è giustizia.

Ed allora credo che dobbiamo essere bravi, come Chiesa, ad apprezzare la ricchezza che queste realtà possono offrire, utilizzandole come avanguardie, posti di frontiera, utili per allargare costantemente il raggio d’azione del nostro Centro.

Ed infine alla politica, a quella istituzionale, cosa chiedere?

“Non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia”. Così tuonavano i nostri Vescovi durante il Concilio oltre 50 anni fa. Quanta attualità oggi in questa frase.

Oggi, come allora, sono le regole del mercato, dell’economia, che muovono il mondo. Ed allora la programmazione sanitaria e sociale non viene fatta sulla base di un’attenta analisi dei bisogni della gente, ma sulle risorse disponibili, che ovviamente si riducono sempre di più. E’ la regola matematica dei budget: se tu prevedi una cifra massima per un servizio ed ogni anno la riformuli sulla base dell’effettivo speso, è chiaro che il tetto massimo si ridurrà costantemente. Per restare all’interno della cifra massima che ti sei prefissato infatti, programmerai sempre una percentuale minore “di sicurezza” per evitare di sforare. Ed è cosi che oggi funzionano le politiche sociali e sanitarie nel nostro paese.

La Repubblica garantisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell'individuo ed interesse della collettività, nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Questo è quanto stabilivano i nostri padri costituenti. Ma negli anni, senza procedimento di modifica costituzionale, nella prassi dei nostri governi, al dettato dell’art. 32 abbiamo aggiunto in conclusione “nei limiti dei tetti di spesa fissati”.

E così il Servizio Sanitario Nazionale ha certamente carattere universalistico e solidaristico e fornisce assistenza sanitaria a tutti i cittadini senza distinzioni di genere, residenza, età, reddito e lavoro, ma solo “nei limiti dei tetti di spesa fissati”.

Ed ovviamente queste risorse, questi investimenti, sono sempre di meno, e chi ne paga le conseguenze sono soprattutto, e come sempre, i più deboli ed i più fragili.

Le spese per il sociale, per la sanità, per la prevenzione e l’educazione dei giovani, non sono risorse a fondo perduto, sono investimenti sul futuro della nostra società.

“Non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia”, dobbiamo tornare a gridarlo, a renderlo prassi concreta nella nostra quotidianità.

Dobbiamo tornare a chiedere investimenti veri nell’educazione dei giovani, nel campo della prevenzione, nella cura e  nella riabilitazione. Dobbiamo pretendere misure di inclusione e reinserimento lavorativo. Dobbiamo pretendere che si torni a parlare delle persone, prima ancora che dei loro problemi, abbandonando la logica “categoriale” prettamente economicista, che ci ha portato a rinchiudere la persona in schemi precostituiti che non tengono conto della straordinaria complessità ed unicità di ogni essere umano.

Dobbiamo pretendere che chi ci governa, ad ogni livello, ammetta che i bilanci non sono il mero risultato di calcoli matematici, ma frutto di precise scelte politiche. Se i soldi per i poveri non ci sono è perché si è scelto così e non perché la matematica non lo consente!

E dobbiamo tornare a farlo riaccendendo, al di là ed oltre ogni stanchezza, quella passione per l’uomo testimoniata e sollecitata ogni giorno da Papa Francesco.

di Luciano Squillaci - Presidente FICT

Posted in dipendenze

Commenti (0)

Lascia un commento

LOGIN_TO_LEAVE_COMMENT