Gen04

Don Franco: "Coraggio come forma di vita.."

di Don Gigetto De Bortoli

Don Franco:

Caro don Franco,

sei davanti a me, tre passi più in là.

Al centro, davanti l’altare, dentro la bara chiara in legno di frassino.

L’Evangelo è aperto sopra la tua stola, un’Icona della Trinità ai tuoi piedi, una foto sopra il capo in abiti sacerdotali.

Dentro il tuo corpo.

Morto.

Ma tu sei vivo.

Me lo dice la fede.

Negli occhi velati di dolore, mi torna la sera in cui ti conobbi la prima volta.

“Attorno al fuoco”.

Estate 1967, Palù S. Marco, Auronzo di Cadore (BL), accanto alla strada per Misurina.

Tu eri arrivato a fare il campo scout estivo con i ragazzi della tua parrocchia.

Io mi trovavo a fare il giovane prete animatore, nella Villa Gregoriana, dove erano ospitati a turno 300 bambini figli di ferrovieri provenienti dal compartimento ferroviario nord-est. Anche quelli di Mestre! Così si usava allora, per le vacanze dei bambini, alleggerendo i genitori. Una cinquantina di ragazze e ragazzi dai 16 ai 20 anni assistevano e vigilavano i bambini.

Con questi decidemmo, messi a letto i bambini, di “partecipare al fuoco serale”.

L’invito arrivò da alcuni tuoi scout, che ci avevano fatto visita. Il campo era poco lontano dalla Villa. A quanto pare, attorno a te è sempre cresciuta l’amicizia.

Mi presentai a te.

“Sono don Franco”, mi dicesti. Stavi già animando la serata.

Fermasti un attimo i canti e dicesti semplicemente:“Benvenuti! dai, partecipate anche voi”.

Accogliente da sempre.

Si ricominciò a cantare e fare giochi.

A un certo punto tu: “Facciamo la danza delle candele”.

Eccoti cavar fuori da non so dove, un giornale quotidiano avvoltolato in lungo, stretto, rigido il più possibile, come un’asta di carta. Te lo metti sopra il sedere e infili un capo del cartoccio nella cintola, dietro.

Inviti subito alcuni presenti, compresi i nostri, a prendere in mano, da una  scatola, delle candele spente, quelle usate in chiesa davanti ai Santi.

Silenzio generale. Stava iniziando qualcosa di sacro?

Con un tizzone, levato là in mezzo al fuoco, vedo che accendi l’estremità della carta di giornale, pendente dietro di te. Sono sorpreso e un po’ impaurito.

“A chi riesce accendere la candela, sulla mia coda di fuoco, darò un premio”.

E inviti tutti quelli con la candela in mano ad accendere lo stoppino sul fuoco, che stai portando in giro.

Don Franco, ti vedo cominciare una danza con il sedere basso, ti giri di qua e di là, un po’ su e un po’ giù, le gambe piegate, brevi passi a scatti, mentre quelli delle candele cercano in tutti i modi di accendere gli stoppini. Non ci riescono, perché danzi di continuo. Sei diventato un orso buffo e scatenato, con uno scappamento di fuoco, dietro.

In breve ci troviamo tutti a crepar dal ridere.

Il gioco durò qualche minuto, finché il fuoco della carta, che bruciava lentamente, non si avvicinò pericoloso ai pantaloni.

Nessuno riuscì ad accendere lo stoppino. Niente regalo.

Tutti con gli occhi brucianti, lacrime di riso e di violento calore, da quel braciere in fiamme, alimentato con cura, là in mezzo, a rischiarare i volti e i colori, contro la notte intorno.

Ti eri preparato bene a quel gioco!

La serata finì oltre mezzanotte.

E da quella sera non ci incontrammo più.

Un giorno del 1985 ricevetti una telefonata.

“Sono don Franco, da Mestre. Posso parlare con te? Vengo a trovarti a Belluno. Mi ha invitato a farlo don Mario Picchi”.

Ci vedemmo nel mio ufficio, uno stanzino, due metri per due, il più piccolo di tutta l’Accoglienza.

Lo riconobbi. Mi riconobbe. Gli ricordai quella sera di Palù S. Marco.

Scoppiammo a ridere, di gusto. Amicizia fatta.

In allegria, cominciammo così tutta un’altra avventura.

Come ridare indipendenza, autonomia e libertà a chi la perde ancora giovane?

Cosa seria, quant’altre poche. Seria e fortissima.

Davanti alla tua bara chiara, mi fioriscono i termini.

E mentre i concetti scorrono, il mio cuore si fa tenero e gli occhi si riempiono.

La tua faccia cambia espressione e mimesi, burbera o dolce, decisa o ridente, seccata e rilassata. Sempre chiara, sincera e onesta, occhi negli occhi.

E il “no” motivato, inesorabile, a faccia severa. A ciascuno il suo.

Conoscenza. Vicinanza. Solidarietà. Amicizia. Stima. Ascolto. Lotta. Rischio. Tenacia. Fede. Ascolto. Proposta. Discernimento. Finanza. Progetto. Scrittura. Arte. Natura. Fotografia. Case vacanza. Cibo assieme. Abbraccio.

E gioia di vivere. Che minimizza i malanni propri, per non farli ricadere sugli altri.

Quindi “coraggio” come forma di vita, e consapevolezza del limite, da superare o rispettare.

Quindi “grazia” come sguardo del Signore che accompagna e fortifica.

Sei un uomo, che hai accolto e posto ogni sfida necessaria a costruire.

Sei un padre, tenero e severo verso figli e figlie, amabili o ingestibili.

Sei un creativo, in tutti campi, soprattutto nei rapporti relazionali.

Sei curioso e appassionato, come nel presentare e vivere la pagina biblica.

Sei fiducioso verso ogni persona, con invito a collaborare.

Sei morto a Natale, mentre la tua casa è piena di presepi, inno alla vita.

Sei morto da prete, perché in Cristo Gesù hai vissuto la carne eucaristica.

Cristo Gesù, icona del Padre nel dono dello Spirito, fonte d’ispirazione e motivazione, molto più di papi e patriarchi.

La tua ospitalità universale, pure in Brasile, nasce da lì.

Ospitalità a un tempo, sacra e ducale.

A tavola “facevi il doge” per noi. Te lo dicevamo.

Ecco, ho davanti gli incontri, più o meno prefissati, in casa tua!

Mi avevi rinnovato l’invito la sera prima, il 22 dicembre.

“Facciamo modo d’incontrarci entro il 31!”.

Invitavi a tavola la nostra piccola banda di presidenti veneti.

Mentre Silvana, la tua domestica e cuoca, vigilante gironzolava intorno, tu cavavi dalla cantina i tuoi tesori, le prelibatezze nascoste, per onorarci con gusto.

“Qui, in assoluto, c’è la migliore cucina del Veneto!”.

Sentenza inappellabile di don F. Zerbetto, pure lui da quell’Altra Parte della Vita.

E mentre tu donavi cibo, i nostri pensieri, parole, sentimenti e quadri operativi fluivano in libertà tra le vivande.

Impossibile precederti nel dono, quando s’era tuoi ospiti.

Ma la tua morte, così, in clinica, è un dono difficile da accettare.

E anche ora, mi hai preceduto.

Amen.

Sono certo che mi prepari la tavola.

“In Paradisum…”.

Ti abbraccio in allegria.

Arrivederci.

don Gigetto De Bortoli

Written by don Gigetto De Bortoli, Posted in approfondimenti

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don Gigetto De Bortoli

don Gigetto De Bortoli è il Direttore Responsabile del settimanale online Progetto Uomo per il Sociale

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