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«Don Franco nella storia della Chiesa»

Il Patriarca, una settantina di sacerdoti da ogni parte d’Italia e tanti amici per l’addio al fondatore del Centro Don Milani

«Don Franco nella storia della Chiesa»

«Quello che ha fatto don Franco merita di essere iscritto nei dittici della Chiesa veneziana». Un Duomo di San Lorenzo stracolmo – oltre 1.500 persone tra chi è entrato e chi è rimasto fuori, tanto che il servizio di sicurezza a un certo punto ha dovuto impedire l’accesso alla porta laterale - ha dato l’ultimo saluto terreno al fondatore del Centro Don Milani. Oltre al patriarca Francesco Moraglia presenti una settantina di sacerdoti del Patriarcato e di ogni parte d’Italia. Davanti alla bara un’icona raffigurante la deposizione. Alle 9 la chiesa era già piena fino al limite. Fuori, di fronte al maxischermo, almeno trecento persone che non sono riuscite a entrare. Nelle prime file il sindaco Luigi Brugnaro e il sindaco di Eraclea Giorgio Talon. Tanti i messaggi toccanti di sacerdoti, amici, parenti.

Il patriarca Moraglia ha ricordato la figura di don Franco, le sue opere, il suo impegno, il suo coraggio e letto alcune parole del sacerdote, prima di partire per il Brasile. «Vorrei chiudere con una novità il mio sacerdozio, come se, invece che chiudere, dovessi ripartire. Mi sembra di dare una nuova qualità al mio essere prete, voglio far ripartire la mia vita da una parte, e distaccarmi dalle cose, dalle persone e da tutto quello che ho avuto finora, dall'altra. Avverto che suona una chiamata. E per essere pronti bisogna essere svegli, dice il Vangelo». «Carissimo don Franco», ha detto Moraglia, «mentre ti salutiamo col cristiano arrivederci della fede, ti pensiamo già seduto alla mensa del cielo insieme ai tuoi cari genitori, a don Valentino e ai tanti a cui hai voluto bene e che ti hanno voluto bene». All’inizio della funzione l’arciprete del Duomo Gianni Bernardi ha letto due messaggi, quello del cardinale Loris Capovilla e quello del vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol. «A don Franco spetta il titolo di perla del sacerdozio cattolico», ha esordito il centenario Capovilla, «quello che ha operato con monsignor Vecchi e con altri confratelli sotto lo sguardo stupito e grato dei patriarchi merita di essere iscritto nei dittici della Chiesa veneziana. Bacio le mani di questo sacerdote il cui cuore ha cessato di battere, non di amare».

A prendere la parola per un commosso addio, don Egidio Smacchia di Civitavecchia: «La vita di don Franco è stata un anno giubilare lungo tutta la sua esistenza, pellegrino della misericordia in cammino per la vita. Lo so che nel paradiso non ci sono cose terrestri, ma mi piace vederti con un piatto di funghi, un buon bicchiere di vino, Gesù, Maria, i vecchi genitori, gli amici e tanti disagiati». Poi è stata la volta di don Mimmo Battaglia di Catanzaro, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche. «Don Franco ci ha insegnato che per amare è necessario schiudersi agli altri, scacciare i fantasmi della paura e della diversità, ripeteva che è importante conoscere, scambiare, contaminarsi e donare, cambiare pelle al presente per farsi costruttore di strade aperte alla reciprocità, don Franco ci ha indicato la strada del farsi prossimo». Sull’altare amici, discepoli, il braccio destro, Angelo Benvegnù, ma anche don Enrico Torta, amico di una vita. «Ci mancano i tuoi abbracci zio, i tuoi baci, la tua stretta di mano forte, l’accompagnarti alla macchina o alla moto» ha detto un nipote tra le lacrime. A ringraziare i presenti, il fratello Paolo: «Per la nostra famiglia sei stato punto di riferimento, eri pietra angolare che ci teneva uniti tutti. Raccoglieremo il testimone che ci hai lasciato e continueremo a ricordarti perché come dicevi, chi ama ricorda».

di Marta Artico

fonte: La Nuova di Venezia

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