Nov25

Essere o non essere, questo è il dilemma.

"Io senza alcun dubbio profondamente sono e non sono." Una riflessione di uno studente di 16 anni

Essere o non essere, questo è il dilemma.

Io senza alcun dubbio, con convinzione e certezza, profondamente sono e non sono.

Prima di tutto, sono le quasi 140 vittime degli attacchi avvenuti a Parigi il 13 Novembre 2015 e con loro sono i più di 350 feriti causati dai medesimi atti terroristici. Non sono però la Francia della Guerra d’Algeria, la quale, pur essendo avvenuta più di mezzo secolo fa, causò la morte di oltre mezzo milione di locali (un milione e mezzo secondo le fonti algerine). Così come non sono la stessa Francia del 25% al Front National di Marine le Pen alle passate elezioni europee.

“Je ne suis pas Charlie”, ma in compenso, sono le vittime della redazione dello stesso giornale satirico Charlie Hebdo, che persero la vita sotto i colpi degli attentatori jihadisti lo scorso 7 Gennaio. Non sono per questo motivo le vignette, partorite delle loro menti contorte e volgari, che ritraevano il Profeta Maometto come promotore di necrofilia, zoofilia e pedofilia, atteggiamenti indegni persino per il più indegno dei criminali. Paradossalmente, sono la libertà di stampa e di satira (se pur con una personale riserva di riluttanza, quando essa vada a insudiciare non tanto il profano, quanto piuttosto il sacro). Sono di fatto lo sdegno per questa forma di satira.

Sono il poliziotto musulmano ucciso nel corso del suddetto attacco, ma non sono la redazione di Studio Aperto che decise di lasciare incensurata l’immagine inutilmente cruenta della sua morte. In conclusione, sono dunque probabilmente il Voltaire che sosteneva la: “mal sopportazione dell’altrui pensiero contrario al proprio, ma il personale intento di difendere fino alla morte il diritto di esporre tale pensiero”.

Sono i quasi 250.000 morti della Guerra Siriana, ma non per questo debbo essere le ragioni (giuste o sbagliate) che videro provocare tante perdite. Sono la confusione nella mente del Presidente Assad, che ha comunque contribuito al raggiungimento di stime di perdite tanto ingenti, ma che gratuitamente vede attribuirsi ora il ruolo di nemico, ora di alleato della Coalizione Internazionale. Non sono i media che pongono un’attenzione superficiale, immediata e non duratura sui temi che sconvolgono il nostro mondo. Sono per questa ragione i morti che continuano a susseguirsi in Ucraina a causa della guerra civile che quegli stessi media sembrano aver abbandonato ormai da tempo.

Non sono parallelamente lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che “all’improvviso” appare dal nulla nello scenario globale un anno fa conquistando vasti territori della Siria e dell’Iraq. Non sono ovviamente quello stesso Stato che era già presente dal 2006 sotto il nome di ISI e che prima ancora era nato sotto differente nome, ma con forme e atteggiamenti mantenutisi invariati nel tempo.

Sono in poche parole l’affermazione della complessità del fenomeno di evoluzione e diffusione delle bandiere nere che già con la guerra in Iraq avevano visto la luce, ma che quegli stessi giornalisti non avevano ritenuto doveroso mostrarci.

Sono però Can Dundar, il giornalista che ebbe il coraggio, alla vigilia delle elezioni in Turchia, di denunciare l’invio di un ingente numero di armi da parte del Governo dell’attuale Presidente Erdogan verso quello stesso Stato Islamico nei confronti del quale aveva rivolto i cannoni dei propri carri, schierati impassibili lungo il confine turco. Non sono quella Turchia che mascherò con i raid aerei scagliati contro l’ISIS il bombardamento di postazioni curde. Non sono questa Turchia d’intolleranze nei confronti delle minoranze, della privazione del diritto di espressione e del processo d’irrigidimento culturale e religioso sviluppatosi in questi anni in un paese che fino a poco tempo fa si era mantenuto prettamente laico.

Non sono, cinematograficamente, la Turchia rappresentata dal film “Mustang” della regista Deniz Garmez Erguven, candidato agli Oscar 2015. Sono invece i 4.000 soldati curdi che riconquistarono una Kobane occupata da forze dell’ISIS che contavano 10.000 uomini e dai 30 ai 50 carri armati, infliggendo una prima e simbolica sconfitta al Califfato.

Non sono quegli uomini che inneggiano all’omicidio nel nome del loro stesso Dio, Allah. Sono proprio io il boia di tali bestemmie. Non sono la credenza che esse siano il vero volto dell’Islam, così come il KKK (Ku Klux Klan) non lo era stato per il Cristianesimo.

Sono anzi quella stragrande maggioranza di musulmani che credono ancora nei giusti insegnamenti che il vastissimo libro sacro del Corano ha loro trasmesso. Sono perciò il Corano di questi stessi credenti, quello che definirei il Vero Corano, quello degli innumerevoli attributi di un Dio misericordioso e pietoso. E non sono conseguentemente il Corano macchiato e viziato dal sangue versato da coloro che di tale manoscritto hanno letto la versione di Al-Baghdadi e non quella del Profeta. Non sono quello che definirei “l’indice dei libri proibiti del XXI secolo” che ha svolto un’opera di purgazione del Corano da contenuti troppo puri e moderati per quello che sarebbe dovuto divenire un vero e proprio manuale di addestramento militare.

Non sono l’ipocrisia di una società che pretende di sradicare alla radice la potenza economica dell’ISIS, senza però rinunciare al petrolio esportato a basso prezzo dallo Stato Islamico, che trae da esso una delle maggiori fonti di guadagno. Non sono nemmeno (secondario che sia) i colori della bandiera francese sopra le immagini di profilo di Facebook. Non sono le persone che credono di “salvarsi come possono” (Carnage, Roman Polanski) adottando tale forma di sostegno, pur continuando a spostarsi con automobili alimentate dalla benzina, che ha il medesimo colore del sangue di quelli che sono morti con il nome di Allah nelle orecchie e un proiettile di Kalashnikov conficcato nel petto. Non sono quella classe politica, che si riconosce, variata per nome ma invariata per concetti, in tutti i più grandi Stati europei, e che sfrutta strumentalmente ed erroneamente tale rapporto (Allah/Kalashnikov) per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, senza ricordare che i rifugiati sono definiti tali in quanto fuggiaschi dalle stesse persone alle quali vengono, aggiungerei con infamia, paragonati.

Non sono i chilometri di filo spinato, lungo i confini europei, che sono stati innalzati proprio grazie a quelle stesse affermazioni di palese carattere razzista. Non sono i cani che tali confini presidiano. Tragicamente, non posso più essere, non per scelta ma per obbligo, gli innumerevoli beni culturali cancellati dall’avanzata dello Stato Islamico, che sono però affiancati da tutti quelli ancora integri e che ho ancora la speranza di poter essere, primi fra tutti ciò che rimane della città di Palmira.

Come avrete capito, io sono e non sono una serie di fattori imprescindibili, che stanno caratterizzando la politica estera dell’ultimo decennio, e con essi innumerevoli altri che sarei impossibilitato a elencare per l’eccessivo numero di sfaccettature che tale fenomeno porta con se e dentro di se. Posso concludere dicendo quello che non sono realmente e non in funzione dei rapporti (essere=apprezzare, non essere=disprezzare),  su cui ho costruito l’articolo.

"Io non sono un’isola, intero in me stesso, dal momento che ogni morte d’uomo mi diminuisce perché io partecipo all'umanità. Io sono quello che non manderà mai a chiedere per chi suona la campana, sapendo che essa suona per me". Io non sono un’isola, e questo di certo non è un paese per vecchi.

di Carlo Giuliano - 3° Liceo Scientifico, Roma

Posted in approfondimenti

Commenti (0)

Lascia un commento

LOGIN_TO_LEAVE_COMMENT