Feb05

Mi chiamo Mario "Torno"

Mi chiamo Mario

“Eh, mi chiamo Mario “Torno”, Mario Rossi “Torno”.

- Non menarmi in giro.

“Mario Rossi, quello che firma i modelli della dichiarazione dei redditi, tanto per non dirti il nome. Tanto sai già chi sono. “Torno” è diventato il mio vero cognome. ‘Torno’ in carcere. ‘Torno’ di nuovo in comunità. ‘Torno’ fuori e ‘Torno’ dentro. “Torno” in strada. Lo vedi ‘Torno’ la terza volta in comunità.

- Per fortuna, sei auto ironico e distaccato!

“Sono invece amarissimo, ormai bruciato. Non so più dove sbattermi. Non ci capisco più niente. Ogni volta che costruisco, mi cacciano da qualche altra parte. Hai del tempo per ascoltarmi?”.

- Sono qua. Raccontami.

“Due di notte. Sirena, gazzelle, fari puntati sulla casa in condominio, altre sirene. Trambusto infinito. Gente alle finestre.

Svegliata la moglie e il bimbo, me esterrefatto, perquisito al muro, manette. Arresto.

Portato via come un sacco di patate. Carcere.

Nove anni dopo! Mi ero rifatto la vita.

Sentenza n. 1. Dalla moglie: per vergogna mollo l’appartamento. Torno dai miei.

Sentenza n. 2. Dai suoceri: nostra figlia non è per te, l’hai tradita. Con noi, chiuso.

Sentenza n. 3. Dall’assistente sociale: sei pericoloso per il bimbo.

Sentenza n. 4. Dal giudice dei Minori: nessuna garanzia, il bimbo sta dalla madre e dai nonni, ti è proibito vederlo.

Sentenza n. 5. Dal giudice di sorveglianza: per ora il carcere te lo fai tutto.

Dopo il carcere e la seconda comunità mi ero rifatto la vita. Lavoro, ragazza, casa, figlio, nessun problema a estranei e per riuscirci ho staccato perfino dalla mia famiglia, troppo aperta e troppe persone di passaggio. Appunto, famiglia allargata!”.

Mario sorride molto amaro, ma sorride. Vuol dire che ha qualche immagine per la testa. Non interrompo.

“Alla mia ragazza avevo parlato della mia vita negativa.

Di questa sentenza in giudicato non sapevo neppure che esistesse. Il mio avvocato mi aveva detto che non c’era più nulla.

Sono stato tradito non so da chi. Non so se sono tutti in malafede o buona fede.

Sento che sono ‘stanco marcio’ e non so più dove sbattermi”.

Guardo a lungo Mario. Lui ha la testa bassa. Gli occhi mi si inumidiscono. Appena alza i suoi sui miei, lo vede. Resta come sorpreso.

- Accetti un abbraccio?, gli chiedo.

Si alza, lo abbraccio. Cerco di essere morbido e sento che lui mi requisisce, letteralmente, stringendomi con tutte le sue forze. A un certo punto comincia a squassarsi e passa a un pianto dirotto.

Continuo a tenerlo stretto, finché ha un respiro profondo. Insieme al fiato riesce a buttar fuori qualcosa che era bloccato non si sa da quanto. Si stacca e si siede. Dà tutto il peso alla sedia.

Mi risiedo anch’io, senza staccare la vista dal suo volto.

Ha chiuso gli occhi e i lineamenti si sono distesi. Dopo qualche secondo mi riguarda.

“Grazie. Avevo dentro una tensione pazzesca. Sono giorni e giorni che ho il pensiero fisso di farla finita. Io so come! Ma al solo pensiero della roba e del suo rischio mi ha fatto sentire più volte la nausea. Forse non so più chi sono”.

- Sai benissimo chi sei. È che ti senti del tutto diverso.

Fa cenno di parlare, ma lo blocco con un gesto deciso della mano.

- Quanto ti è successo è stato tutto più grande di te. Eppure sei qui, sopravvissuto a tutto. Quand’è che la smetti di lottare contro la vita. Basta considerarla una sfiga e nel contempo volerla dominare a ogni prezzo. Adesso hai sollievo e hai trovato una risposta piccolissima, bella perché inattesa, quasi a sorpresa. Lo sai perché?

“No”.

- Ti sei appena arreso al corpo che sei, al bisogno di appartenenza e al dolore collegato, perché per mesi questo bisogno ti è stato negato. Il tuo corpo, che è la tua vita, ti ha conservate intatte tutte le tue chance. Se non ti fermi a gustare sto momento, farlo tuo e riflettere, be’ …ti uccido io, piuttosto che lo faccia tu.

Stavolta ride sul serio, allungandosi sulla sedia.

“Non mi aspettavo un tuo abbraccio così. Mi hai fatto fuori!”

- Sai bene che non faccio fuori nessuno. Sii grato alla vita per essere ritornato qui, caro ‘Torno’. Per me ‘Torno’ non è come lo intendi tu. Per me ‘Torno’ è stata una grande impresa di costruzioni italiana, all’età dei miei padri e dei professionisti edilizi della mia età. Adesso, qui e ora, cerca di costruire a piccoli passi, insieme a me e al mio sistema di accoglienza, quello che vuoi fare.

Si alza, mi cerca con forza e mi abbraccia di nuovo.

Mentre sento la sua forza, mi domando: ma il carcere che razza d’istituto è, se aggrava le distruzioni, invece di costruire qualcosa?

di Gigetto De Bortoli

Posted in Dal Territorio, dipendenze

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