Ott28

I care: Il senso del nostro essere volontari

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Era un pomeriggio di sole e andai a trovare Paola. La conosco da sempre. Ha dodici anni. Non ha mai detto “mamma” né “papà”. Non si regge in piedi, è faticoso farla mangiare, non parla, ma ti guarda e ride. La mamma mi dice sempre: “Paola è il dono più grande che Dio mi ha fatto!” Volete più Vangelo di questo?

Paola mi commuove sempre, sempre mi comunica un messaggio: “non ti lamentare della vita, sii felice di quello che sei e di quello che hai. La vita ha valore, dignità e senso, sempre!”

Katia ha quasi vent’anni. Tutto il suo mondo è un lettino. Un volto e degli occhi dolcissimi e bellissimi. E ogni volta che la incontro e le regalo una carezza, i suoi occhi si illuminano, e anche se non riesce a parlare, tutta la sua vita è una Parola … una parola d’amore.  Paola e Katia: sento che portano dentro un ritmo, il ritmo della vita, forse, a tanti di noi inaccessibile. Il Vangelo tradotto in carezze infinite, questo linguaggio degli amori incredibili.

Il volontariato, prima che attività sociale, deve diventare percorso esistenziale all’interno di noi stessi, viaggio scomodo, doloroso a volte, alla riscoperta della nostra umanità e fragilità. Essere al servizio, lavorare con e per  gli altri, con il disagio, necessariamente ci impone di diventare strumento del nostro lavoro, di metterci in gioco. Ci impone la strada e il cammino comune.

Paulo Freire sosteneva che non si educa ma ci si educa insieme;  la stessa cosa vale per la cura: ci si cura solo insieme, laddove la cura non è rivolta solo ad un insieme di sintomi, ma alla totalità dell’essere umano, alla sua corporeità, alla sua mente, alla sua spiritualità, parti di un tutto indivisibile.

Cosa vuole dire allora che ci si cura e ci si educa solo assieme?

Essenzialmente una cosa semplice, piccola ma fondamentale: che il volontario, così come chiunque sia chiamato a lavorare fianco a fianco con le persone  che vengono dalla strada o che vivono situazioni di difficoltà, di fatica, di disagio, di sofferenza, non deve mai rinchiudersi nella definizione comoda di un ruolo ma camminare, domandare, cercare, costruire.

Deve combattere quotidianamente la sua battaglia silenziosa ed inevitabile contro la rassegnazione, la disillusione, la stanchezza.

Deve ritornare alle radici della sua vocazione, ritrovare ogni giorno il punto della sua storia in cui qualcosa o qualcuno lo ha spinto a scegliere di spendersi, di condividere cammini. Deve, in sintesi, percorrere il suo necessario cammino spirituale, nella riscoperta dei sogni e dei bisogni più intimi, nella sua speranza e nella sua rabbia, nella sua fame e sete di giustizia, nella sua capacità di essere onesto osservando i propri limiti e la propria nudità. Nudo, già.  Come Mosè di fronte al roveto ardente.

Ma il roveto ardente non è solo lassù, sulla cima dell’Oreb.

C’è un roveto ardente in ogni essere umano, un roveto che arde e non si consuma, un roveto davanti al quale occorre davvero denudarsi i piedi, togliersi i sandali e ciò che essi simboleggiano: la rinuncia ad ogni forma di dominio e di supremazia.

Siamo chiamati cioè a entrare nella Terra Santa della relazione a piedi nudi. Occorre nudità di piedi e di anima, delicatezza e massimo rispetto per ascoltare l’altro nella sua diversità e unicità. Occorre entrare a piedi nudi, e come sui carboni ardenti, nel mondo interiore dell’altro, nell’accompagnamento spirituale, nell’opera educativa, nel volontariato.

Allora è necessario ripensare al volontariato, alle nostre esperienze personali prima di ogni altra cosa, come ad una storia di cammino condiviso.

Nessun volontariato, nessuna azione umanitaria  ha senso se è fine a se stessa, se non si fa battaglia per la giustizia sociale, per il cambiamento.

Non è più tempo, e forse non lo è mai stato, per dare da mangiare ai poveri senza fare tutto il possibile per rimuovere le cause della povertà.

Non è tempo di aiuti al terzo mondo senza una lotta quotidiana per contrastare lo strapotere di un mercato globale e disumano che vuole sempre più distacco tra chi produce nella miseria e chi consuma nel benessere.

Non è tempo di  accogliere i tossicodipendenti senza riconoscere il mercato della droga nei legami tra mafie  e governi e fare tutto ciò che possiamo per combatterli.

Non è tempo di attività sociali per i disabili senza un sostegno reale e politico alla loro integrazione ed al  rispetto dei loro diritti.

Volontariato e politica devono necessariamente essere un tutt’uno, facce di una stessa medaglia virtuosa, binari di un percorso che può rendere questo nostro mondo   un luogo più umano, più vivibile, più giusto.

Significa ritrovare la capacità di sognare, di progettare futuri possibili, di immaginare un domani.

Un volontario disilluso e disincantato è una contraddizione inaccettabile.

Un volontario rassegnato è segno di una resa dell’umanità, è simbolo del fare per il fare, è la sconfitta della speranza.

I care, allora! Mi sta a cuore: perché se non ti sta a cuore, ma soltanto ad affitto, a locazione, al fratello costretto a migrare  non dai niente. Non basta la casa,un tetto, occorre un lembo della tua vita, del tuo mantello; perché il tetto, da solo, non copre, come la minestra non scalda se non c’è un po’ di alito umano. Molte volte la gente non ha bisogno del piatto, ma della tovaglia che ci sta sotto, cioè della tenerezza. Mi sta a cuore: è la tenerezza della carità. È chiamare per nome, imparare il nome delle persone. soprattutto dei più  poveri..

Se oggi si stanno smarrendo certi significati, è solo perché si vanno atrofizzando le relazioni. Il senso delle cose, della vita, della morte, del dolore, della gioia,del lavoro .. acquistano spessore solo se si vive in un contesto di relazioni.

Coltiviamo le relazioni, il gusto della parola e dello sguardo.

A suo modo,  il dono, anche quello più disinteressato, mi chiede di riconoscere l’alterità. Ma è proprio questa richiesta che dilata i miei orizzonti, mi chiede di partire per un viaggio, per il viaggio più faticoso e grandioso che mai possiamo compiere, quello fuori da noi, nella terra sconosciuta e misteriosa dell’altro, dell’altro da me che però di me è parte.  La gratuità non è il non aspettarsi niente dall’altro, ma è il riconoscere l’altro. Significa  riconoscerne la sua dignità e, allo stesso tempo, riconoscere che ognuno di noi ha bisogno dell’altro. In un certo modo il dono, il gratuito, è silenzioso, non sopporta clamore. Ma evocando un proprio bisogno dell’altro, riempie il mondo, lo dilata. Il dono non calma il cuore, semmai l’accelera. Dà senza chiedere, salvo una cosa: il bisogno dell’altro. E’ per questo che la gratuità salva dalla solitudine.

Questo mi porta ad un’ultima  riflessione. Non bisogna dimenticare la lezione fondamentale : prima di ogni cosa, valore, ideale, ci sono i nomi, i volti, le storie. Non ci sono i poveri generici, ma coloro che incontro, non i malati, ma i volti conosciuti del dolore, non i problemi sociali, ma la storia concreta di chi ha incrociato il mio cammino. L’etica del volontariato è quella dei volti. L’etica dei volti è l’etica di una responsabilità incarnata nel tempo e nei luoghi, a partire dalle relazioni concrete.

La fragilità di chi mi sta accanto è un dono da accogliere e custodire. Come la mia fragilità.

Ogni volta che penso alla parola fragilità, mi vengono in mente quegli enormi pacchi tetragoni al cui interno si nasconde, si preserva, qualcosa di piccolo, di fragile, di prezioso. Accanto all’etichetta fragile, è apposta un’altra etichetta “maneggiare con cura”. È li che comincio a pensare a quanto dolore provochiamo nell’altro quando non cogliamo il senso delle sue ferite.

I care: perché la solidarietà da sola non basta, se essa non è improntata alla relazione, all’orizzontalità, al riconoscimento e rispetto dell’altro, chiunque esso sia e qualunque cosa abbia fatto. Alla progettualità. Non ci può essere  solidarietà se non c’è giustizia, se si mantiene una barriera tra se e l’altro. La relazione con l’altro non è solo atteggiamento etico: è direttamente cura, cambiamento, politica, e questo vale per tutti i volti del disagio.

Povero e povertà non sono categorie solo sociologiche. In ognuno di noi è nascosta una zona di povertà dalla quale fuggiamo, ci nascondiamo e ci difendiamo. Nell’illusione che negare quella debolezza ci renda più forti. In realtà nessuno di noi è profondamente se stesso fino a quando non riesce ad abbracciare con libertà, delicatezza e affetto, la sua fragilità. In quell’incontro è nascosto il segreto della nostra autenticità.

La parte “piegata” in noi ci ricorda che siamo chiamati ad alzarci per ritrovare primavera e speranza. Sempre. Per noi e per chi ci è accanto.

di Sac Mimmo Battaglia - Presidente FICT

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