Nov11

Dipendenze: Workshop "Fare Insieme Community Territoriale"

Dipendenze: Workshop

Il 10 e 11 ottobre a Vitorchiano ho partecipato al Workshop “FARE INSIEME COMMUNITY TERRITORIALE”, organizzato dalla FICT – Federazione Italiana Comunità Terapeutiche,  della quale il nostro Centro fa parte.

Trovo utile scrivere alcune righe su questa importante esperienza, cercando di esserne portavoce, nel tentativo di condividere con tutti voi operatori del Centro quello che mi ha colpito ed è stato per me utile spunto di riflessione.

In prima battuta vorrei sottolineare l’importanza di far parte di una rete quale quella della FICT: personalmente lavoro al Ceis da qualche anno e fino ad ora non conoscevo bene il ruolo della Federazione. La FICT opera da 30 anni come Ente Morale senza finalità di lucro, accorpa 44 Associazioni ed Enti di Solidarietà fra cui il Ceis di Reggio Emilia, operando in prima linea nella prevenzione alle dipendenze, occupandosi inoltre di sostegno alla famiglia, attività di sostegno nelle scuole di ogni ordine, perseguendo il PROGETTO UOMO.

All’incontro erano presenti operatori e responsabili in rappresentanza di 22 Centri Federati, provenienti da tutta  Italia, e questo ha reso l’incontro molto interessante per la possibilità di un confronto reciproco.

Il workshop si è focalizzato sulla nostra dipendenza dalle risorse sanitarie in questo momento storico in forte contrazione, da cui l’importanza di riprendere la nostra origine politica e di coinvolgimento della società, riprendendo le parole dal volantino “Ecco il rilancio del senso di Community: avere una comunità sul territorio è una risorsa non un debito. Il creare comunità intorno ad un disagio significa usare al meglio le energie vitali delle persone. Negli anni si è costruito un sistema in cui  ad ogni problema corrispondeva una risposta. Oggi bisogna immaginare di costruire reti che si fanno carico di un disagio diffuso, complesso, dobbiamo quindi iniziare a parlare di ‘Reti di Responsabilità’ in cui ognuno per il proprio ruolo sociale contribuisca alla costruzione del benessere comune. Così facendo il territorio e la community, in una visione nuova di servizi alla persona, si prendono la responsabilità dei suoi membri più in difficoltà”.

L’apertura dei lavori è stata fatta da Don Mimmo Battaglia, Presidente della FICT.

Oggi le nostre comunità come si rapportano con l’esterno? Le nostre porte sono capaci di far entrare dal fuori e di far uscire all’esterno? La comunità è fuori o dentro le porte? Attualmente le comunità assomigliano sempre più ad un’isola, dove ha luogo il mandato della cura del tempo ma il rischio è diventato quello dell’isolamento, accompagnato all’irrigidimento. L’immagine della tenda rappresenta in realtà molto meglio il Progetto Uomo: essa è nel contempo rischio e certezza, avventura e riparo, ripara senza separare, accoglie ma non isola. È necessario aprirsi al territorio, la strada chiama perché è da lì che provengono domande e risposte. Da qui la domanda: il nostro Centro è aperto al territorio? Certo non sono di facile realizzazione i servizi di prossimità data la scarsità di risorse; l’antidoto alla crisi sta nella rete. Le dipendenze sono un sintomo di una società da curare e per far questo è necessario ritrovare la voce ed i valori, ripartire dallo spirito di servizio, dal volontariato, l’accoglienza di tutti, la collaborazione con le Istituzioni, la rinuncia ai compromessi con il potere, la responsabilità.

Hanno poi introdotto i lavori di gruppo Donatella Peroni e Mario Cipressi.

L’intervento di Donatella Peroni “La comunità come risorsa di rete nel territorio”.

La comunità terapeutica è un fatto culturale che ha messo in discussione il modello medico, superando la rigidità della distinzione fra sani e malati, partendo dal presupposto che quelli che sono curati sono una risorsa e non sono solo portatori di un problema.

Il Sistema dei Servizi ha moltiplicato i servizi mettendo in secondo posto le persone, andando a creare cronicità, innescando un processo di delega invece che aumentare le responsabilità.

Allo stato attuale usiamo le risorse per mantenere i servizi e non abbiamo più risorse per curare le persone:  stiamo assistendo ad un ritorno  del modello medico-paziente.

Dobbiamo ricordarci che siamo “agenti” di relazioni; le nostre reti hanno il compito di proteggere, sono reti di Responsabilità, dobbiamo ritrovare la cultura del fare comunità.

Necessario interrogarsi sul significato di Famiglia: cosa vuol dire fare famiglia in comunità? Cosa vuol dire lavorare con le famiglie fuori?

Dobbiamo interrogarci sul significato di Residenzialità, su quello di Dipendenza.

La nostra responsabilità oggi è alimentare una cultura di relazioni.

L’intervento di Mario Cipressi “Dal territorio i temi generatori oggi delle dinamiche sociali”.

Più che una rete la realtà attuale può esser meglio rappresentata dall’immagine della nube, dove non c’è un centro preciso, ma è l’insieme dei punti a caratterizzarla.

La droga rimane un sintomo, dobbiamo continuare a dire no alla droga e sì alla persona, e specialmente lavorare con il sistema e non solo con la persona tossicodipendente, avendo cura del suo reinserimento nella società. Community è la comunità dove noi viviamo.

Tavola rotonda “Le parole chiave emerse dal lavoro di gruppo” (conduzione e analisi del Dott. Marco Cafiero)

Il concetto più frequentemente emerso nel lavoro sui tre focus group (famiglia, dipendenza, residenzialità), è “trattamento con al centro la persona”: è stata sottolineata la necessità di non dimenticare che la persona è un mondo unico e irripetibile, con risorse da attivare e riattivare anche attraverso il lavoro sulla famiglia esterna, sul sistema sociale più allargato e sulla famiglia che nasce nell’essere parte di una comunità.

La domanda cardine che emerge dal lavoro di gruppo sulla residenzialità al quale io ho partecipato è “Ma i trattamenti flash che oggi i servizi ci chiedono di effettuare sulle persone inviate sono davvero quello di cui esse necessitano o tali richieste rispondono solo a risorse economiche limitate, che però non daranno i frutti attesi? Come dobbiamo allora comportarci con i Servizi invianti di fronte a tali richieste? Ci ricordiamo sempre che la persona è al centro?”

Don Giuseppe Dossetti “Dalla rete alla nube: Rafforzare l’azione con la Community”

Nell’89 la svolta, la caduta dei muri dell’ideologia comunista. Nasce internet, la rete accessibile a tutti: si passa da un mondo statico a un mondo dinamico, però imprevedibile. Mentre negli anni 70-80 i muri dividevano e davano sicurezza, oggi il mondo è sempre più nubiforme, non strutturato, i legami sono deboli senza un centro, è molto difficile parlare di programmazione; prevalgono impotenza, frustrazione, rinuncia. Abbiamo assistito ad un progressivo restringimento dell’area di controllo, da cui ha fatto seguito un’ulteriore medicalizzazione del trattamento.

I nostri centri stanno diventando cliniche per persone gravi; con l’accreditamento, seppur utile e necessario,  è aumentato il rischio di diventare enti ausiliari di politiche decise altrove. Sussiste il problema della libertà e della capacità decisiva dei tempi.

Necessario riflettere sulla motivazione dei nostri operatori: un tempo chi operava al Centro di Solidarietà era spinto da quello che è stato definito “Progetto uomo”, oggi per necessità a volte è la semplice ricerca di lavoro che porta le persone a fare gli operatori.

Pensiamo al mondo vitale dell’ideologia tedesca: energia umana, come una grande massa di acqua, potentissima ma anche potenzialmente dannosa. La funzione dell’Istituzione è alimentarsi dell’energia del mondo vitale e di permettere al mondo vitale di esprimersi. Una caratteristica dei mondi vitali è di essere collegati a situazioni di grande sofferenza.

La dipendenza è una forma estrema in cui si rivela la natura dei fenomeni umani.

Bisogna porre attenzione alla medicalizzazione della cura legata alla visione del tossicodipendente solo come persona malata.

La tossicodipendenza è l’assenza dolorosa di relazioni. Ricordiamoci allora che i nostri ragazzi sono protagonisti e non utenti, che il lavoro con le famiglie è centrale e che il volontariato è un mondo vitale.

Nel Ceis il contributo originale dell’auto mutuo aiuto, ti aiuto ad aiutarti, e dell’opinione che “se ogni piccolo uomo nel suo piccolo mondo fa una piccola cosa, allora il mondo cambia”!

L’operatore deve essere capace di favorire la capacità di autonomia della comunità, teniamo presente come siamo nati: per rispondere alla sofferenza delle persone e trasformarla in risorse.

Dott. Riccardo Gatti, Psichiatra Ausl Milano Direttore Servizio Dipendenze Patologiche - “Il sistema dei servizi e di Welfare: cosa cambierà nei prossimi anni?”

Dall’analisi delle diverse informazioni che provengono da notizie di tutto il mondo degli ultimi due anni:

-i “pain killers”, (oppiacei prescritti per il dolore) provocano più morti di cocaina ed eroina (notizia dal Canada), causando un’epidemia non prevista oltreoceano in persone non devianti; nel momento in cui lo Stato ha maggiormente normato la vendita di tali farmaci ha avuto luogo un aumento del consumo di eroina;

-237 morti per overdose da metadone in Scozia nel 2012, il 41% di tutte le morti per droga (metadone che uccide più dell’eroina);

-Negli Stati Uniti le confezioni di Subutex cambiate perché pericolose per i bambini: strategia di vendita? Forse sarà il farmaco sostitutivo per la dipendenza da oppiacei?

-“uccisi dal minore dei mali”: il fumo uccide più e prima dell’HIV. Cosa intendiamo allora per strategia di riduzione del danno? E i nostri operatori cosa testimoniano ogni giorno?

-Sempre guerra alla droga: negli Stati Uniti la legalizzazione in tanti Stati, l’atteggiamento mondiale nei confronti delle droghe sta cambiando, la droga in sé non è più considerata un male assoluto;

-Il collasso del SSN: in Italia sempre meno risorse procapite.

Ciò che accade oltreoceano è spesso anticipazione di quello che accadrà in Italia.

La domanda è: siamo tutti malati? I dipendenti patologici in Italia sono dal 2 al 6% della popolazione.

Siamo tutti a rischio di dipendenza patologica: sono diffusi farmaci capaci di aumentare la performance, è sempre più diffusa la convinzione che l’uso di cannabis possa essere una strategia per ridurre l’abuso di altre droghe considerate più nocive, l’uso di alcool fa parte integrante della nostra cultura con una bassissima visione critica di esso come sostanza che determina dipendenza.

Un invito perciò rivolto a tutti a riflettere su questo, sulle terapie sostitutive che somministriamo alle persone in trattamento, sul fatto che nelle nostre comunità è lecito il fumo, e sul collasso del nostro Servizio Sanitario che a breve sarà in grado di garantire solo la sanità di base.

Dott. Luciano Squillaci, Consigliere FICT

Sia la povertà relativa che quella assoluta, sono entrambe aumentate di percentuale: il 25% della popolazione è a rischio di povertà.

Nel meridione ritroviamo una residenza difensiva più che una cittadinanza attiva, il vivere il territorio senza occuparsene.

Rispetto alla condizione dei Centri del sud è un periodo di particolare difficoltà, di profonda frammentarietà: si è fortemente tesi ad una posizione “adattiva”, una sorta di chiusura alla ricerca della propria sopravvivenza, non ci si domanda più quali sono i bisogni del territorio. Vi è un’incapacità totale di ragionare in termini di futuro, si è totalmente calati nel presente, tutto è teso a garantire la sopravvivenza del qui ed ora. L’incapacità totale di provare a pensare a un futuro diverso e migliore è legata ad un frustrante senso di inutilità vissuto anche dagli operatori. Il problema del meridione non è un problema di risorse.

Elementi di criticità sono:

-l’assoluta incapacità delle Istituzioni di essere credibili e competenti;

-la crisi degli elementi basilari della democrazia (es. il voto, il 50% dei Comuni è commissariato);

-la sfiducia da parte dei cittadini verso le Istituzioni;

-la criminalità organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita.

I Centri del sud non credono più nella partecipazione, c’è uno stile di vita improntato sulla mafiosità.

Sono importantissimi e da segnalare i segni della speranza, come ad esempio i beni confiscati alla mafia in Sicilia, che portano ad andare in controtendenza, segnali da cogliere e che sarebbero da mettere a sistema.

Il concetto di rete è ormai superato, l’originalità sta nel concetto di comunità = capacità, il mettere a sistema le diverse relazioni e unire le parti in un tutto.

Abbiamo bisogno di tre linee guida ove confluire il mondo vitale:

1.la RESPONSALITA’ SOLIDALE: capacità di ragionare in termini collettivi;

2.la SPERANZA: unico grande obiettivo riuscire a combattere il senso di inutilità, tornare fortemente a sperare in un mondo diverso;

3.la PASSIONE per l’uomo.

Chiusura dei lavori Don Mimmo Battaglia, Presidente della FICT.

I nemici che dobbiamo combattere sono i rassegnati, solo il mettersi in gioco dà senso alla nostra vita.

Ricordiamoci che siamo sempre e prima di tutto educatori e che la vita è soprattutto speranza, le difficoltà sono il nostro pane quotidiano.

Ci sono passioni senza grandezze, ma non ci può essere grandezza senza passione: passione per la vita, per ogni uomo, per tutti i nostri compagni di strada, passione per questo mondo.

La vita è una ripartenza continua, ogni punto di arrivo è un nuovo punto di partenza.

È stato molto motivante respirare l’aria di condivisione e scambio con i rappresentanti degli altri Enti presenti, la voglia di fare, di raccontare la propria esperienza, il confrontarsi, il sentirsi parte di un gruppo più ampio che vive le nostre stesse difficoltà anche se in altre realtà territoriali, la fatica dettata dalla crisi e dalle poche risorse a disposizione, l’ingegno di chi nella difficoltà ha creato progetti e iniziative per far fronte alle necessità emergenti.

L’obiettivo del workshop era quello di dare senso di esperienza e appartenenza, di consentire agli operatori dei Centri federati alla FICT di fare comunità: posso dire con soddisfazione, dal mio punto di vista, obiettivo raggiunto!

Dott. Angela Zelioli - Ceis di Reggio Emilia

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