Set03

I care: “Le armi non hanno parola”

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Mai più la guerra. Non posso non far mio l’appello di Papa Francesco. È superfluo fare i distinguo, l’analisi della situazione, lo studio degli schieramenti. Non per chiudersi gli occhi e non voler capire, ma perché ogni analisi e comprensione non toglierebbe nulla al peso essenziale di queste parole: mai più la guerra. Non è Assad il problema, né il ruolo di Obama o Putin, di Israele e dell’Iran: il problema è l’uomo, ogni uomo, donna o bambino, ogni essere vivente su quella terra. Su questa terra.

Con forza ripeto le parole del Pontefice, la guerra che si prospetta non è, né mai potrà essere, una strada, non può portare come mai ha portato alcun beneficio, se non quelli economici di chi, sulla pelle degli altri, sa come arricchirsi.

Eppure si sente dire: “ora la parola alle armi!” Le armi non hanno parola, le armi hanno solo il fragore che uccide ogni parola: sono la morte della parola. La guerra è perciò sconfitta di ogni diritto. Non è pensabile che dalla forza si generi un giusto diritto: avremo solo il diritto del più forte. E nulla è più pericoloso che confondere il diritto con la forza.

Sì, è vero: il mondo ha sempre visto guerre, Gandhi a questo rispondeva: “perché ripetere la stessa storia? Perché non cercare di costruirne una nuova? Se gli uomini sono artefici della loro storia, possono anche correggere gli errori del passato”. Anche perché, quando uno ricorre alla forza vuol dire che non crede più alla ragione, ma solo alla violenza.

E ancora oggi, come nelle ultime guerre, si sente parlare di guerra giusta, inevitabile, guerra per la pace, guerra umanitaria. Ma come può essere giusto il massacro di innocenti? Come può essere giusta la tragedia di dolore, fame, disperazione che la guerra porta, e come può condurre alla pace l’odio rinfocolato dalle morti e dalla disperazione, il rancore reso più aspro dalle sconfitte. E la voglia di vendetta che nasce dal subire un’ingiustizia? “Perché per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”.

Io vorrei solo dire come sto vivendo ciò che sta accadendo e che alcuni vorrebbero indicarci come inevitabile, raccontare le mie sensazioni di fronte ad un televisore acceso, televisore che dinanzi ad una guerra ancora non dichiarata, distribuisce immagini di una guerra in preparazione, come se dietro a queste immagini ci fosse la volontà dei padroni della terra di rendere la guerra familiare, una nuova piccola noia con cui convivere.

Non voglio rassegnarmi a vestire i panni dello spettatore annoiato, non voglio e non posso. È vero, i corpi di quei bambini uccisi dal gas, senza sangue e senza colore, gridano giustizia. Ma giustizia e non vendetta, gridano vita e non altra morte. La giustizia che chiedono è una giustizia planetaria non più rimandabile. E questo grido di giustizia chiama in causa tutti, noi occidentali prima di ogni altro.

Perché non fa scandalo che esista gente che vive ai margini della società, gente impoverita, immiserita, gente che ha come unico “possesso”, si fa per dire, l’angolo di marciapiede su cui dorme? E quando sono intere popolazioni a vivere questo stato enorme di povertà e di mancanza di diritti, questa gente non sentirà legittimamente il diritto di identificare nell’occidente, col cuore opulento a forma di salvadanaio, il nemico da combattere, il padrone che l’affama, che copre dittatori e ribelli a giorni alterni mascherando di democrazia il commercio di armi e gli interessi economici di sfruttamento delle risorse del mondo? L’interesse economico dell’occidente è più forte della vita delle persone. Come prete sono sconvolto, vivo, da una parte, un senso di fastidio: quello di essere nato, per caso, dalla parte dei ricchi; vivo, con dolore, la mia appartenenza agli impoveriti, mi sento impotente di fronte all’enormità delle ingiustizie e a quanto poco riusciamo a fare, non riuscendo a globalizzare i diritti, la democrazia e la solidarietà. I poveri non hanno bisogno di elemosina !

Dovremmo cominciare a pensare ai diritti degli altri, tenendo presente che la guerra è l’affermazione di una disparità che va mantenuta con la forza e quindi la negazione di ogni diritto. E’ guerra, anche se non dichiarata, anche se non si combatte con le armi, laddove i diritti vengono negati. Non so se capita anche a voi sentire un dolore sordo, fisico, per la follia del destino a cui l’uomo per sua scelta sembra essersi votato: capace di dare vita ad opere meravigliose, ad atti di generosità incredibili, e con la stessa mano è in grado di fare il deserto intorno a sé e di massacrare i suoi simili. E’ la storia vecchia di Caino: ma si può dire basta! Dio, segnando Caino, ci aveva indirizzato verso l’uso non della violenza, della forza, della vendetta, del capro espiatorio, ma verso un’altra strada che è la strada dell’amore, della misericordia, della giustizia. In questo  Dio è madre, e quale madre manderebbe i suoi figli a morire in guerra? Un’altra strada che è lenta, faticosa, quotidiana …  perché la pace non può essere invocata solo quando i guerrafondai alzano la voce ma necessita di una preparazione costante, continua. Nel mio lavoro quotidiano, con i ragazzi tossicodipendenti, con gli alcolisti, i senza tetto, ex detenuti, gli impoveriti, mi accorgo, nel piccolo, che occorre costruire una pace interiore, che bisogna pacificarsi e non solo parlare di pace, che bisogna trasformare profondamente se stessi e non aspettare che l’altro cambi a nostra misura e che il movimento di tendere  la mano è un movimento unilaterale. E’ un pensiero semplice, ma se impareremo a tendere la mano, forse anche l’altro ci offrirà la sua. E se anche non lo facesse, dobbiamo imparare, in tutti i casi, a porgere la nostra. Occorre prendere coscienza e costruire coscienza per dire basta a chi crede che il suo sangue, il suo dolore, il suo colore sia superiore a quello degli altri. Forse è un’utopia, ma forse di utopia abbiamo bisogno, perché l’assurdo non si impadronisca della nostra vita e della nostra storia. Perché la violenza non ci soverchi e ci abbruttisca, l’unica violenza che sento ci sia consentita è questo urlo che nasce dal di dentro, un lungo lacerante: basta!

Gesù Cristo, morto sulla croce d’Oriente, che ancora oggi agonizza e muore in tanti fratelli inchiodati sopra la croce del sud, diriga sempre i nostri passi sulla via della pace.

di don Mimmo Battaglia - Presidente FICT

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