Giu07

Dipendenze: Il sistema di intervento per le dipendenze oggi e domani: è possibile una evoluzione?

Intervento svolto nella tavola rotonda del Convegno "Costruire politiche sulle dipendenze", organizzato da FeDerSerD, 7 giugno 2013, a Milano

Dipendenze: Il sistema di intervento per le dipendenze oggi e domani:  è possibile una evoluzione?

Nel ringraziare Federserd per l’invito a partecipare a questo evento, colgo l’occasione per esprimere soddisfazione per l’opportunità di trovarmi ancora una volta a partecipare ad un tavolo di confronto ampio e creativo.

Già in passato ho avuto modo, come esponente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, di trovare spazio davanti a questa platea per trattare alcune tematiche strettamente connesse al tema della Giustizia e delle dipendenze, per il mio specifico ruolo di coordinatore di gruppi di lavoro sugli interventi riabilitativi per soggetti dipendenti da sostanze gravati da problemi giudiziari.

Il problema della gestione delle misure alternative, delle misure cautelari e delle sanzioni amministrative all’interno di trattamenti residenziali e territoriali, è stato oggetto di ampio confronto e di costruzione di percorsi non sempre facili.

Questi interventi risentono inevitabilmente di un forte condizionamento dovuto alla presenza di un soggetto estraneo alla care che viene ad assumere un ruolo di rilievo: il magistrato. Costui, istituzionalmente, ha una funzione di accertamento della responsabilità penale di un soggetto presunto autore di reato, indipendentemente dalla condizione in cui versa. Di conseguenza esprime una sanzione che, invece, può tenere conto della stessa. Per cui, spontaneamente o tirato per la giacchetta da un’accorata strategia difensiva, coordinata da una presa in carico da parte del servizio pubblico, entra a far parte dello scenario di cura come guest star di un progetto integrato.

Ecco che assume valenza il discorso relativo all’integrazione. Laddove si lamenta la solitudine degli operatori, pubblici o privati, in considerazione delle scarse risorse a disposizione, si presenta uno scenario nuovo che richiede un’alleanza che va oltre il normale trattamento, in cui gioca un ruolo determinante la necessità di evitare al condannato un lungo, quanto pregiudizievole, periodo di detenzione.

Di conseguenza il magistrato, costretto da una giurisprudenza sempre più schizofrenica e sempre meno coerente in materia di sostanze stupefacenti, trova un suo ruolo, suffragato da norme sostanziali e procedurali, che gli consente di contemperare rispetto della legalità e delle esigenze sociali.

Entra a fare parte di un concetto di care come attenzione agli altri che consente di preservare il rapporto che ci lega gli uni agli altri e che ci fa preoccupare della vulnerabilità del nostro prossimo.

Una care che si realizza non solo nei confronti dei fruitori dei servizi ma anche di coloro che li offrono arrivando ad un concetto di integrazione di funzioni pubbliche e private volta al benessere della collettività.

Non dimentichiamo, infatti, che anche la funzione giudiziaria, aldilà delle polemiche sul funzionamento della stessa, mira al benessere della collettività attraverso quell’attività preventiva rappresentata dalla redazione di norme, appannaggio del legislatore, e dall’applicazione di sanzioni nei confronti di chi le viola. Il destinatario di quella funzione è la società che va preservata e tutelata dalla commissione del crimine, ma ancor più dal disagio sociale che lo determina.

La tossicodipendenza, indipendentemente dalla normativa fortemente repressiva che la caratterizza, crea un forte disagio sociale a cui gli operatori sono chiamati a rispondere. L’etica della cura è intesa come etica contestuale in opposizione all’universalismo morale di Kant. Bisogna avere a cuore la gente per come è e non per come dovrebbe essere; per cui bisogna rispondere alla chiamata di una persona vulnerabile attraverso un agire coordinato ed integrato che tenga in debito conto la sua debolezza, anche nel momento in cui le norme richiedono l’applicazione di una sanzione.

E’ pure vero che la “produzione di servizi alla persona” è predeterminata da una domanda quasi infinita che comporta un “rispondere” altrettanto infinito: ciò comporta una necessaria limitazione di opportunità dovuta alla scarsità di risorse finanziarie adeguate. Ma è anche vero che ciò comporta una doppia sfida nel senso di fornire il maggior numero di risposte con il maggior contenimento dei costi.

La sfida determina una frustrazione che, da alcuni anni, accompagna chi vuole fornire risposte adeguate ai bisogni senza poter contare sui mezzi necessari, nonché una pessimistica visione della possibilità di raggiungere il benessere sociale.

Questa frustrazione, a mio avviso, è superabile nel momento in cui l’attenzione si rivela un’attività essenziale in termini di coesione sociale, abbandonando l’aspetto sacrificale a favore della possibilità di essere creativi nella fornitura di servizi. Ancora oggi si commette, più o meno consapevolmente, l’errore di ritenere che la necessità degli interventi sia legata alla particolare complessità della problematica affrontata. La necessità di integrare i servizi non nasce dall’effetto del problema, che nel nostro caso è la dipendenza da sostanze o da altre situazioni, ma dalla complessità della stessa natura dell’uomo.

Qualsiasi servizio alla persona deve prendere le mosse dalla consapevolezza della necessità di porre l’Uomo al centro dell’intervento, inteso nella sua interezza biologica e relazionale che va affrontata in modo collegato e non frammentato.

E’ possibile un’evoluzione del sistema di intervento per le dipendenze se partiamo dal presupposto che dobbiamo agire in modo coeso e non parcellizzato; che anche realtà esterne ai servizi possono essere parte dell’intervento come il territorio e l’Autorità Giudiziaria.

Ciò significa che al legislatore va ricordato come sia necessario modificare l’ottica repressiva a favore della creazione di un percorso di accompagnamento alla cura che non determini l’abiura della funzione sanzionatoria a fronte della commissione di illeciti, sia penali che amministrativi, ma che si collochi nell’ottica educativa della pena prevista dall’art. 27 della Costituzione.

L’attuale normativa, pur prevedendo una serie di opportunità per il tossicodipendente, sia nella fase dell’accertamento del reato, quindi nella fase cautelare, sia nella fase della dell’esecuzione della pena, ha determinato un sistema sanzionatorio e schizofrenico dicotomico rispetto a quella concezione di care sociale di cui abbiamo parlato.

Per cui, al fine di attuare l’evoluzione dell’intervento per le dipendenze, occorre che il legislatore metta con urgenza mano all’intero impianto, infondendo quello spirito di cura che è rimasto, finora, intrappolato tra le righe dei singoli articoli del DPR 309/90, rendendo più fluida e coerente una legge che dopo i tanti “aggiustamenti” si ritrova ferita ed inefficace sia nel senso della repressione del fenomeno, sia in quello della cura.

La tecnica del bastone e della carota non ha funzionato. Non si riescono a mangiare le carote se le ferite inferte del bastone non te lo permettono. Ma nello stesso tempo non si riesce neppure a dare un segno di rigore se un buon avvocato riesce a creare scappatoie artificiose. Ma di questo ultimo aspetto, visto l’obiettivo di cura che ci siamo posti, ne facciamo a meno!

Negli ultimi anni il legislatore ha intensificato il rigore vanificando anche certi aspetti di care  che il DPR 309/90 aveva mantenuto determinando il solito massiccio ingresso negli Istituti penitenziari dai quali risulta sempre più difficile uscire; e anche quando si riesce ad uscire il meccanismo della porta girevole creato dall’assenza di “attenzione” al detenuto in quanto Uomo incrementa una popolazione carceraria indegna di un paese civile.

E’ inutile affermare che non si fa ricorso alle misure alternative quando la stragrande popolazione detenuta è ancora in attesa di una sentenza definitiva.

Come si può parlare di evoluzione di un sistema di interventi che si arena tra le norme penali!

A nulla sono valsi i tentativi di riforma del sistema penale che puntano sulla riparazione, sulla mediazione penale, sulla creazione di alternative alle pene. Tentativi che sono naufragati nelle aule delle Commissioni Parlamentari che, oltre a non dare risultati, hanno comportato costi sociali non in differenti.

Giovanni Paolo II affermava che la pena assomiglia troppo alla ritorsione sociale, e non certo per mancanza di spazi idonei. E’ necessario cambiare la cultura della pena passando da pene alternative ad alternativa alle pene.

L’evoluzione del sistema di interventi passa attraverso la creazione di percorsi educativi ed integrati che responsabilizzino in maniera coesa tutti gli attori del cambiamento a lavorare insieme perché “il cambiamento” inteso come opera drammatica da portare in scena riconosca l’integrazione dei ruoli e non una serie di monologhi teatrali fini a loro stessi.

Il progetto “ La cura vale la pena” realizzato negli anni 90 presso il Tribunale di Milano, e negli ultimi dieci anni sul territorio genovese, costituisce non solo l’esplicitazione dell’idea di evitare, o quanto meno ridurre, l’esperienza carceraria al soggetto con problematiche tossicomaniche, ma anche un modello di integrazione di servizi che, come dicevo in apertura coinvolge la funzione giudiziaria della Magistratura. Sta rappresentando un importante momento culturale di condivisione: come se la risposta che si è cercato di dare ad un grosso problema sociale rappresentasse anche un aiuto per il giudicante.

In realtà è proprio così; il progetto nasce dalla volontà di contemperare esigenze contrapposte attraverso la proposizione di una soluzione adeguata a soddisfare sia quelle cautelari, della magistratura, che quelle di cura del paziente, nell’ottica della care..

Viene ad assumere particolare rilievo quel dettato normativo secondo il quale non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che esistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata è una persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma di recupero nell’ambito di una struttura autorizzata e l’interruzione possa pregiudicare la disintossicazione dell’imputato.

Nel 2006, il Governo intendeva dare vita ad una sperimentazione campione denominata Dap Prima. Si trattava di una sfida impegnativa nei confronti di tossicodipendenti autori di reato che rappresentava un importante segnale del valore aggiunto che la sinergia e la collaborazione tra le Istituzioni può apportare al conseguimento di un obiettivo fondamentale.

Il progetto “La cura vale la pena” ha inteso superare una certa concezione secondo la quale il momento della detenzione può favorire il cambiamento. Tuttavia non è improbabile che la sottoposizione ad una misura cautelare di tipo coercitivo in una struttura a carattere trattamentale possa favorire una scelta senza gli evidenti danni del passaggio attraverso il circuito penitenziario.

E’ proprio nel momento di applicazione di tale misura che il progetto interviene con la forza del messaggio educativo a cui anche il Magistrato è portato ad aderire.

Una valenza educativa forte che viene espressa dagli attori del cambiamento raggruppati nell’ambiente giudiziario, inizialmente portatori di interessi diversificati che finiscono per accordarsi sul perseguimento di un unico obiettivo: il recupero.

Il Magistrato che gestisce il processo per direttissima si pone come l’organo di accertamento della responsabilità penale individuata dal Pubblico Ministero. Entrambi tutelano la collettività attraverso l’applicazione della legge ed assicurano la pubblica sicurezza precludendo all’imputato la possibilità di reiterare il proprio comportamento.

Il difensore tutela in via esclusiva gli interessi dell’imputato, mira al miglior risultato processuale e, nella fase di convalida, primo momento del processo per direttissima, all’applicazione di nessuna misura cautelare o a quella meno afflittiva possibile.

Il Servizio Pubblico per le Dipendenze tende a cercare un aggancio con il paziente laddove non esiste o a consolidare quello esistente che non ha portato, evidentemente, ai risultati sperati.

Tutti questi soggetti evidenziati, aldilà degli interessi diversificati, concordano sulla necessità di offrire al tossicodipendente la possibilità di curarsi. E’ sulla concretizzazione di questa offerta che gli attori processuali si trasformano in attori del cambiamento, indipendentemente dal prosieguo della vicenda giudiziaria..

Il progetto “La cura vale la pena” ovvero “Il Ser.t in Tribunale” viene, dunque, ad inserirsi in un momento storico nel quale il legislatore, nell’occuparsi di tossicodipendenza, esprime una serie di contraddizioni che vanificano un impianto normativo teso ad indurre il consumatore di sostanze verso percorsi di cura. Nel contempo, infatti, viene approvata una legge (5 dicembre 2005, n. 251, “ex Cirielli”) che criminalizza il soggetto che dopo essere stato condannato per un reato incorre nuovamente nella commissione di un illecito penale. Ai sensi del quarto comma dell’art. 99 del codice penale, si ritiene recidivo reiterato, quel soggetto che, già dichiarato recidivo, commette un altro reato.

Il legislatore, nel 2006, aveva recepito il valore di questo progetto promuovendo una sperimentazione limitata sul territorio nazionale. Doveva far seguito, necessariamente la diffusione ad ampio raggio di una modalità di intervento che si sarebbe rivelata una eccellenza nel campo dell’integrazione e dell’evoluzione de sistema tratta mentale del tossicodipendente.

Si sarebbe realizzato quel reciproco ed insindacabile riconoscimento dei ruoli cui il sistema dei servizi tende da molto tempo. Avrebbe rappresentato l’idea che “integrazione è possibile” proprio nell’intervento sulle persone più fragili, quelle maggiormente bisognose di care, quelle su cui concentrare l’attenzione, proprio perché, con il tempo, si sarebbero rivelate quelle che necessitavano di un intervento più strutturato, anche di tipo residenziale.

Ho usato il condizionale perché gran parte della sperimentazione si è arenata lasciando in vita poche esperienze isolate ed agonizzanti, rendendo sempre più improbabile quell’integrazione allargata di cui abbiamo forte bisogno.

L’evoluzione del trattamento passa anche attraverso il coraggio di sperimentare, di andare avanti, anche quando sembra che le risorse siano poche. L’integrazione e la voglia di lavorare insieme non determina maggiori costi ma un forte risparmio della spesa pubblica allorché i risultati abbattono la ripetizione ciclica di interventi di tipo sanitario e … di tipo giudiziario!

di avv. Marco Cafiero - Membro Direttivo Nazionale F.I.C.T

Posted in dipendenze

Commenti (0)

Lascia un commento

LOGIN_TO_LEAVE_COMMENT