Dic18

Approfondimenti: Un medico italiano alla Conferenza Mondiale delle Comunità Terapeutiche: intervista con Mauro Cibin

Approfondimenti: Un medico italiano alla Conferenza Mondiale delle Comunità Terapeutiche:  intervista con Mauro Cibin

Il Dott. Mauro Cibin,  Medico Psichiatra, è  Direttore del Dipartimento per le Dipendenze della Az. Ulss 13 del Veneto, Mirano Venezia. Ha partecipato alla XXV Conferenza Mondiale delle Comunità Terapeutiche (WFTC) a Bali – Indonesia, ove è stato l’unico italiano a parlare in plenaria. Ci è sembrato interessante intervistarlo, per raccogliere le impressioni  di un addetto ai lavori “esterno” al movimento delle Comunità Terapeutiche.

1.Dal 6-10 Novembre  2012 si è svolta, a Bali (Indonesia)   la  Conferenza Mondiale delle Comunità Terapeutiche a cui ha partecipato in qualità di esperto italiano, incontrando molti studiosi ed operatori di diverse nazionalità in materia di dipendenze. Quali sono stati, a suo avviso, gli argomenti più significativi di questa Conferenza?

E’ la prima volta che partecipo ad un convegno di questo tipo, e sono stato molto colpito dal vedere oltre 600 persone provenienti da tutto il mondo discutere del lavoro in Comunità  sia da un punto di vista professionale che da quello umano ed etico. Si è creato un clima di partecipazione e di calore,  la sensazione di essere parte  di un gruppo . Partecipando alla Conferenza ho scoperto che molti dei problemi delle Comunità terapeutiche in Italia sono presenti anche  in altri paesi: la crisi del modello “tradizionale” di Comunità, la ricerca di nuovi programmi che non ne  tradiscano lo spirito, le difficoltà nel rapporto col mondo scientifico, le modalità di rapporto con i sistemi sociali e sanitari di assistenza, le modalità di finanziamento.

2.Il suo intervento alla Conferenza si intitola: “Neuroscienze e Comunità Terapeutiche possono lavorare insieme per il recupero?”. Quali sono i passaggi strategici di questa possibile collaborazione?

La collaborazione tra le comunità terapeutiche ed il mondo della ricerca scientifica   è ostacolata da una serie di pregiudizi: molti ricercatori pensano che le comunità terapeutiche siano poco attente alla applicazione delle evidenze  scientifiche, alla validazione dei risultati, alle differenze individuali tra pazienti. D’altro canto molte Comunità vedono con diffidenza gli approcci scientifici, ritenendo che essi diano troppo poca importanza alla volontà personale, alla famiglia, ai fattori spirituali, enfatizzando eccessivamente il ruolo dei farmaci.  E’ necessario superare questi pregiudizi attraverso il lavoro comune, su un piano di parità e di collaborazione. Il mio intervento al Convegno si è basato sulla esperienza che ho acquisito progettando e realizzando a Mestre il programma “Villa Soranzo”: una comunità terapeutica breve che nasce dalla collaborazione tra il Ceis don Milani ed il Dipartimento per le Dipendenze dell’Az. Ulss 13 del Veneto.

3.In che modo Villa Soranzo riesce  ad applicare  concetti scientificamente innovativi in Comunità terapeutica?

I tre concetti chiave sono:

- la tipologia di Cloniger, che ci permette di aggregare le persone con Dipendenza non più sulla base della sostanza usata, ma di caratteristiche biologiche e psicologiche, e quindi di costruire dei programmi terapeutici specifici;

- i trattamenti postraumatici, cioè approcci psicoterapici nati per curare il Disturbo postraumatico da stress che si rivelano assai utili anche nelle Dipendenze tipo I.

- la neuroplasticità, concetto centrale per costruire programmi specifici per Dipendenze tipo II.

La applicazione di questi  concetti nella pratica della Comunità Terapeutica ha permesso di costruire programmi terapeutici innovativi i cui risultati sono continuamente monitorati attraverso il follow up dei pazienti dimessi: il “Modello Soranzo” si sta diffondendo in Italia e Svizzera attraverso la nostra collaborazione con  CT e SerT .

3.Come affrontano il problema delle dipendenze a livello mondiale gli esperti delle diverse nazionalità?

E’ un panorama estremamente differenziato: andiamo da situazioni come quella italiana e di altri paesi europei, in cui il ruolo delle CT è consolidato come parte dei sistemi di trattamento delle Dipendenze, a paesi in cui le Comunità svolgono un ruolo di “supplenza” di carenze istituzionali, a situazioni in cui le Comunità sono quasi l’unico intervento possibile a fronte del disagio sociale diffuso. Da questo punto di vista è interessante il caso dell’Indonesia, paese ospitante del Convegno, dove  a fronte di una forte crescita economica stanno crescendo  i problemi sociali e sanitari tipici dello sviluppo, tra i quali a diffusione delle droghe. In questo paese si sta sviluppando una importante azione sinergica tra il Governo e le Comunità terapeutiche, con ottimi risultati.

4.E l’Italia rispetto a tali argomenti a che punto è?

Direi che l’Italia è tra i paesi in cui tale dibattito è più vivace e in cui si stanno sperimentando soluzioni avanzate; la collaborazione pubblico/privato sociale che caratterizza il modello italiano appare da questo punto di vista molto interessante.  Questa situazione per molti versi assai positiva, presenta tuttavia un aspetto potenzialmente critico, cioè la perdita della identità e del valore trainante e propositivo delle Comunità.

5.Di fronte a questo panorama in continuo cambiamento e segnato da una profonda crisi economica che sembra anche mettere a rischio i livelli essenziali di cura,  quali sono le sfide e le strategie emerse ?

Nella riduzione in corso dei finanziamenti per la assistenza sanitaria e sociale il sistema delle Dipendenze italiano corre il rischio di essere particolarmente penalizzato per non essere riuscito a rinnovarsi ed a proporsi in maniera adeguata: un sistema ancora in larga parte centrato sull'eroina, sentito come chiuso in se stesso ed autoreferenziale, che non riesce a dare risposte alle problematiche emergenti, troppo costoso rispetto ai risultati di salute che produce.  Un sistema che nell'immagine della popolazione  e talvolta purtroppo anche nella realtà riesce a produrre solo cronicità, lungo assistenza, disabilità, marginalità.

Questa situazione riguarda anche le Comunità terapeutiche, ostacolandone la acquisizione di un maggior ruolo nei processi di sussidiarietà.

6.Se dovesse aggiungere altro cosa direbbe, cosa le è rimasto di questa esperienza?

Mi è rimasta la sensazione che le proposte che stiamo sviluppando nel veneziano si collochino al centro dell’attuale dibattito sulla evoluzione delle Comunità, e che la loro applicazione in realtà diverse possa contribuire a far evolvere il modello terapeutico delle comunità senza tradirne lo spirito.

di Elisabetta Piccioni

Posted in approfondimenti, dipendenze

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