Giu26

Giornata mondiale contro la droga: FICT :"Il contributo del modello di integrazione professionale italiano"

Intervento svolto durante l’evento sul progetto integra “Modelli di continuità assistenziale ed integrazione nei Dipartimenti delle Dipendenze” promosso dal dipartimento per le politiche antidroga

Giornata mondiale contro la droga: FICT :
La coincidenza, non a caso, con la giornata mondiale contro  il consumo e il traffico di droga porta necessariamente ad alcune considerazioni legate al periodo attuale di forte crisi sociale:
crisi economica, crisi ambientale, crisi valoriale.
Di fronte ad una tale crisi come si stanno modificando gli stili di vita, i consumi di sostanze e i bisogni delle persone?  E quali risposte vengono offerte dal sistema dei servizi per il trattamento delle dipendenze e dalle politiche antidroga?

Sappiamo che lo scenario dei fenomeni connessi con le dipendenze, già da diversi anni, è divenuto sempre più complesso, diversificato, spesso sotto traccia e poco leggibile, di conseguenza non snidabile e con una cronicizzazione sempre più diffusa.

Dagli ultimi dati, rilevati dall'analisi delle domande d'aiuto rivolte ai servizi della nostra Federazione, emerge che l'attuale recessione economica ha influenzato anche il consumo delle sostanze psicoattive e psicostimolanti, la sua frequenza ed il quantitativo utilizzato. Infatti le persone, al contrario di quanto si potrebbe pensare, pur avendo minori disponibilità economiche,  invece di tagliare quei costi, riducono  la quantità, ma  consumano ugualmente, cercando però prodotti di qualità; oppure in altri casi si orientano su prodotti meno costosi.
La sottooccupazione inoltre porta ad avere più tempo libero e questo induce le persone più fragili ad utilizzare maggiormente sostanze stupefacenti o psicofarmaci; fra tutte la sostanza più diffusa a tutti i livelli è l’alcol, in quanto facilmente reperibile, meno costoso e vissuto anche come un collante sociale.
Tutto questo va ad aggiungersi alle altre forme di dipendenza: quelle senza sostanza (il gioco d’azzardo patologico, le dipendenze tecnologiche: internet, telefonini ecc.)  che oramai appartengono ad un modo di essere, vissuto solo con  sensazioni effimere che denuncia l'incapacità di  provare emozioni o sopportare frustrazioni o accettare i limiti senza ricorrere a mediatori esterni,  chimici o meno che siano rendendo il quadro complessivo molto articolato: occorre comprendere le problematiche che sottostanno alla dipendenza fisica e chimica (dove l'organismo senza una determinata sostanza  non riesce a funzionare) o a quella psicologica (che invece spinge alla ricerca di un oggetto senza il quale l'esistenza diviene priva di significato); di conseguenza è necessario  dare risposte chiare, rapide ed efficaci a bisogni molto diversificati.
Di fronte quindi ad una dipendenza non sempre esplicita e codificabile, accompagnata però da gravi compromissioni fisiche, relazionali, economiche o contesti di vita  compromessi, è evidente che vada rivista l'attuale organizzazione del sistema dei servizi per le dipendenze e come grazie ad un intervento integrato e strutturato tra il servizio pubblico e quello privato si possano dare risposte più incisive e adeguate.
Il Progetto Integra ha l'ambizione di contribuire a costruire un percorso di cura, che deve significare anche e soprattutto“prendersi cura” ossia porre al centro la persona , impostando  un lavoro finalizzato ad un recupero,  reso possibile solo se la persona è consapevole di avere un problema e che  solo così può assumere un ruolo collaborante e protagonista; in un'ottica quindi di continuità assistenziale.
Per noi la cura non è rispondere al sintomo con prestazioni o trattamenti ad hoc, ma predisporre  interventi appropriati che portino la persona  ad un processo di cambiamento; per noi quindi la cura è un fatto anzitutto  culturale: un valore imprescindibile, da cui discende una continuità di assistenza basata su una relazione educativa.
Dopo anni di contrapposizioni, noi delle Comunità, abbiamo accolto il concetto che l’uso patologico di sostanze psicoattive vada letto all’interno del disturbo della personalità con il diritto alla cura e quindi evitando lo stigma e la condanna sociale, ciò ha reso più facile il dialogo tra noi.
Il progetto prende le mosse da una serie di esperienze consolidate negli anni tra operatori professionali del pubblico e del privato accreditato; tali esperienze analizzate, confrontate e valorizzate costruiscono la base per una vera azione che sia indirizzata all'interesse dei cittadini e della società e fuori da logiche di mercato.
In questa ottica “la cura e il prendersi cura” vissuta come modo per liberare le persone da una condizione patologica di forte disagio, diviene prevalente rispetto al problema del contenimento e del controllo del danno sociale che era il mandato sociale originario  nei confronti di chi abusa di sostanze stupefacenti legali e illegali e che talvolta sembra ancora essere prevalente nell'opinione pubblica e conseguentemente nelle politiche.
Il lavoro fin qui svolto funge da apripista per indicare un nuovo modo di lavorare, superando divisioni e contrapposizioni ideologiche ed operative, per un servizio alla persona finalmente efficace.
Conseguenza sarà una sussidiarietà verticale ed orizzontale con operatori più consapevolmente protagonisti.
Si tratta quindi di passare da una semplice collaborazione interprofessionale basata per lo più su rapporti personali di  volontarismo, di conseguenza fragili e senza garanzia di continuità, perché legati alle singole persone, molto episodici e  distribuiti sui diversi  territori a macchia di leopardo, a un sistema pianificato intersettoriale, realizzato attraverso modelli organizzativi concreti, gestiti con "pari dignità"  e "pari responsabilità". Vanno perciò attuati interventi coordinati, anzi  integrati, finalizzati alla emancipazione del soggetto “dipendente” autonomo e libero  anche dagli stessi servizi pubblici e privati di cura.
Noi delle Comunità  siamo passati dai momenti pionieristici e solitari di supplenza, alla ricerca di strumenti e modelli operativi ed ora finalmente al dialogo, al confronto con gli altri portando ognuno i propri saperi, soprattutto con la convinzione di far  parte di una unica squadra che potrà essere vincente solo se sapremo divulgare l'esperienza condivisa e ancor più se la sapremo trasmettere con una formazione appropriata e congiunta, accompagnata da un modello di “valutazione dialogata” che si attui tra tutte le parti impegnate, dotata di strumenti validati in modo da uscire il più possibile dal terreno delle “opinioni”.
Solo una attività formativa che non si limiti al confronto di buone prassi reciproche, ma che sappia consegnare gli uni agli altri le competenze sanitarie e psico educative, che tenga anche conto della valutazione dell’efficacia degli interventi, che porti ad accordarsi sui concetti di “guarigione” e “durata della terapia” giungendo ad una condivisione vera  che si faccia carico sia degli aspetti clinico - sanitari  sia di quelli psico - sociologici, sarà in grado di realizzare l’unico metodo per garantire un servizio di cura olistica della persona nella dipendenza, portandola alla riappropriazione della propria salute e alla ricostruzione della vita relazionale e lavorativa.
In tale modo si potrà arrivare ad una nuova cultura in ordine alla dipendenza e al suo trattamento.
In conclusione siamo convinti che la “cultura dell’integrazione” sia la  “forma mentis” che è  prerequisito  per realizzare una vera ed efficace “integrazione”, tra i diversi servizi che si occupano di persone affette da vari tipi di dipendenza,  ossia si tratta di convincersi che il percorso di continuità assistenziale delle persone necessita di una solida relazione tra diversi soggetti che concorrono alla cura della persona: non basta quindi costruire un buon modello.
Integrarsi significa che ogni attore del processo deve conoscersi, conoscere, avere obiettivi comuni, chiarezza dei ruoli e delle risorse da mettere in campo; non è fare tutti quanti tutto o fare insieme le stesse cose, ma fare uno sforzo congiunto per imparare a definire la dimensione quantitativamente misurabile dei nostri obiettivi. Così facendo avremo valutazioni più puntuali, precise e di conseguenza più efficaci per misurare lo stato di salute di chi ha deciso e scelto di affidarsi al “nostro” sistema per curarsi.
La cultura dell’integrazione  parte dalla considerazione che i propri limiti : umani, professionali, formativi, organizzativi hanno e sono un valore.
Integrazione è per noi un valore, un bisogno, un progetto.

di Maria Federica Massobrio - Vice Presidente FICT

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