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Giustizia: l’amnistia necessaria… una risposta ad Alessandro De Nicola

fonte: Ristretti Orizzonti

Giustizia: l’amnistia necessaria… una risposta ad Alessandro De Nicola

Alessandro De Nicola, in un articolo dal titolo “Dura Lex sed Lex” apparso sul settimanale L’Espresso del 4 gennaio 2012, manifesta la sua contrarietà a qualsiasi provvedimento di clemenza nei confronti dei detenuti.
De Nicola ammette l’esistenza di un’emergenza carceri, ma pensa che l’amnistia non sia la soluzione migliore e che, anzi, possa mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini.

Scrive infatti che “vi è un legame diretto tra rilascio di detenuti e successivo aumento della criminalità”, ma a seguito dell’indulto approvato dal Parlamento nel 2006 non c’è stato nessun aumento dei crimini. Almeno secondo i dati del ministero dell’Interno. Ed è pur vero che “una delle funzioni essenziali della pena è la rieducazione e difficilmente si rieduca qualcuno dandogli la sensazione di impunità. Un’altra è la prevenzione generale del crimine”, ma dobbiamo chiederci se oggi in Italia la pena carceraria svolga effettivamente queste due funzioni, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dalle leggi.
Il 68% delle persone che hanno scontato per intero la loro pena commette un crimine entro cinque anni dal rilascio. Sette su dieci non vengono quindi rieducati. Ma il dato che deve davvero farci riflettere è che tra i detenuti che hanno beneficiato dell’indulto del 2006 solo il 33% ha commesso un nuovo reato nei cinque anni successivi. La riduzione di pena ha ridotto anche il tasso di recidiva e di più del 50%. I numeri ci dicono che più tempo un detenuto trascorre in carcere minori sono le sue possibilità di riabilitarsi. In pratica il carcere ha un effetto negativo sulla rieducazione del condannato e la prevenzione speciale è una chimera.
Con la prevenzione generale il discorso non va molto meglio. De Nicola scrive correttamente: “il delinquente “razionale” fa un calcolo implicito e moltiplica il beneficio che riceve dal commettere un delitto per la pena che gli viene comminata e la probabilità di essere beccato e di scontarla”. Ma qual è questa probabilità di essere beccato? Oggi in Italia il 5%, perché questa è la percentuale di reati che vengono effettivamente perseguiti dalla magistratura.
Se io rapino una banca ho diciannove possibilità su venti di farla franca, praticamente ho più probabilità di avere un infarto che di essere arrestato. Senza scomodare il Nobel Gary Becker, già il nostro Beccaria aveva capito che la deterrenza dipende dalla certezza della pena, certezza che oggi non esiste, con buona pace della prevenzione generale. La pena carceraria non ha né la funzione di prevenzione speciale, né la funzione di prevenzione generale, per cui gli effetti sulla sicurezza dei cittadini di un’eventuale amnistia sarebbero nulli o addirittura positivi, come dimostra l’esperienza dell’indulto del 2006.
Nello stesso articolo, però, De Nicola propone anche due soluzioni alternative al problema del sovraffollamento carcerario, di cui pure riconosce la gravità e l’urgenza. La prima è il braccialetto elettronico, che è già in uso in Italia da circa un decennio ma si è rivelato del tutto inefficace a causa di inconvenienti tecnici. La seconda proposta, più articolata, prevede invece che “si crei allora una partnership coi privati per far riadattare le centinaia di caserme inutilizzate (luoghi chiusi e protetti, pensati per contenere un numero elevato di maschi adulti), trasformarle in prigioni per rei a bassa pericolosità sociale o a fine pena affidando agli imprenditori i servizi di gestione delle stesse, esclusa la sorveglianza” e ha se non altro il merito di un certo realismo.
Chi propone sic e simpliciter la costruzione di nuove carceri di norma trascura i tempi di realizzazione (quattordici anni in media per un nuovo istituto) e i costi, mentre De Nicola si sforza di calibrare un progetto che tenga conto anche dei vincoli di bilancio. Io personalmente sono contrario ad affidare ai privati funzioni statali che implichino l’uso della violenza, ma il punto in questione è che questa soluzione non risolve comunque il problema del sovraffollamento.
Scrive De Nicola che è “una soluzione adottata da molti Paesi evoluti e gli studi effettuati ne attestano, in generale, la validità economica” e, se guardiamo all’esperienza degli Stati Uniti in questo settore, vediamo che effettivamente i privati che possiedono o gestiscono istituti di pena, così come tutte le aziende dell’indotto, ottengono in generale buoni profitti. Ma vediamo anche che, contro ogni previsione, il sovraffollamento è peggiorato dopo la privatizzazione.
Negli ultimi trent’anni, infatti, i detenuti sono triplicati: un aumento del 200% a fronte di una crescita dei reati solo del 7%. Oggi gli Stati Uniti hanno una popolazione carceraria di due milioni di individui, di gran lunga superiore in percentuale a qualunque altro paese del mondo (salvo forse la Cina, per cui non disponiamo di dati affidabili). Solo il 4,2% della popolazione mondiale risiede in questo paese, ma il 22,2% dei detenuti di tutto il mondo è ospitato nelle carceri americane.
Al punto che nel maggio del 2011 la Corte Suprema ha riconosciuto che le condizioni di detenzione in California non erano compatibili con la Costituzione, proprio a causa del sovraffollamento, e ha ordinato a questo Stato di rilasciare 40.000 detenuti. Non mi sembra proprio un modello da seguire.
Su un punto devo invece dare ragione a De Nicola, quando scrive: “non appena le celle si svuotano, in brevissimo tempo si riempiono di nuovo superando il numero precedente di ospiti”. L’amnistia è infatti un provvedimento emergenziale, che fornisce una soluzione temporanea al problema, ma finché in Italia saranno in vigore leggi criminogene come la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini e finché avremo un codice penale ipertrofico con oltre settecento reati, dovremo convivere con il sovraffollamento. Proprio per questo i radicali, e anche il ministro Severino, affiancano sempre alla proposta di amnistia un vasto programma di depenalizzazioni.
Una riforma del codice penale di questa portata richiede però un ampio dibattito parlamentare e, io credo, anche il coinvolgimento dell’opinione pubblica. Richiede cioè tempo, mentre le gravi violazioni della legge e dei diritti umani che si verificano ogni giorno nelle nostre carceri impongono un intervento immediato. L’amnistia quindi, lungi dall’essere un regalo ai criminali, è il primo passo, inevitabile e necessario, per qualsiasi seria riforma della giustizia penale.

di Marco del Ciello

fonte: Ristretti Orizzonti

Posted in carcere e legalità

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