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GENOVA: Le opere del pittore Maini arredano la sede del Centro di Solidarietà

GENOVA: Le opere del pittore Maini arredano la sede del Centro di Solidarietà

“Qui invece ci sono i salmoni che s’accoppiano, infischiandosene delle cascate. E l’energia sacra che crea le galassie”. Roberto Maini, pittore, racconta uno dei suoi ultimi lavori. La nuova ala del Centro di Solidarietà di Genova di via Asilo Garbarino sarà allestita con venti sue tele d’un metro per un metro ciascuna. L’inaugurazione degli spazi e della scenografia permanente di Maini è prevista a fine gennaio.

Genovese, sessantasette anni, dopo gli esordi in seno all’arte povera, che lo hanno portato a farsi conoscere anche all’estero - per esempio a Lucerna, quando partecipò alla mostra collettiva “Processi di pensiero visualizzati”, nel 1970 -, il suo percorso artistico ed esistenziale ha deviato su lidi isolati e sofferti, dando vita a una pittura fortemente espressiva, trasudante allegorie. Partiture di colori, che parlano, come lui stesso ci spiega, “di solitudini, di certe praterie, di cavalli. Di energia, luci nuove e paure di cadere. Di stelle, della natura con le sue trappole. Di simboli, perché la gente ne ha bisogno”.

Da sempre Maini è “la voce” di Genova, personaggio che tutti hanno incrociato almeno una volta nella loro vita: Roberto Alloisio gli ha dedicato una bellissima canzone, Maurizio Maggiani ne ha scritto in “Mi sono perso a Genova” ed è persino diventato un personaggio a fumetti in un episodio di Julia di Giancarlo Berardi. Perché Roberto Maini, pittore, deve reggere suo malgrado il peso d’essere assurto ad anima civile della città, quella città che risuona delle sue invettive, in galleria Mazzini o nell’atrio della stazione ferroviaria di Principe, dove passa quella folla che quotidianamente – con gli occhi bassi per la diffidenza o scuotendo il capo con un sorriso, pensando di aver capito tutto – ascolta le sue frasi surreali. Più d’uno, i gruppi su Facebook a lui dedicati. E chi ne parla, di solito, ci mette del proprio: chi lo descrive come ex ingegnere, chi dice sia impazzito per amore, chi gli ritaglia un passato di agiatezze o di grandi viaggi. La realtà è meno fantastica e più faticosa, ma la dimensione mitica del personaggio, nell’accezione omerica di “parola narrante”, crediamo renda giustizia all’artista, alla sua dolente anomalia di percorso che si riverbera però, raggiante, sulla tela. Lo incontriamo nel negozio di Eugenio Costa, in salita Santa Caterina. Dopo molte remore Maini accetta d’essere intervistato. E prima di soffermarsi su alcuni propri lavori, ricorda l’infanzia: “Amavo i film sui marziani, ma mi spaventavo. A scuola mi piaceva disegnare alieni e quando un compagno fece la spia, la maestra rispose: “Maini si distrae e disegna sempre, però poi gli esami li supera””.

A ventiquattro anni legge un testo del discusso psichiatra e scienziato Wilhelm Reich, allievo di Sigmund Freud, e ne rimane folgorato. Tutt’oggi le tele di Maini sono zeppe di riferimenti alle tesi reichiane, in particolare a quelle sull’energia “orgonica”, rappresentata attraverso le “Kreiselwelle”, fenomeni luminosi rotanti. “Reich mi influenzò moltissimo”, sostiene Maini. “Dopo aver conosciuto i suoi testi andai a Preston, in un laboratorio (il Centre for Orgonomic Research and Education, ndr), e acquistai il libro Come costruire l’accumulatore orgonico. A Genova, con l’aiuto di due studenti di fisica, ne fabbricai uno”. È l’unico argomento che l’appassiona. Per il resto, solo accenni: “La mia formazione? In Accademia, per poco. Ho amato Picabia, Cézanne, ho studiato l’arte ricca e quella povera. Sono autodidatta. Ho approfondito i surrealisti, e Pablo Picasso, cattivo ma con talento, e Matisse. Le tecniche che uso? Quello che capita. Comunque non amo il mio lavoro”.

Improvvisamente s’innervosisce e interrompe la conversazione. Un suo biglietto, lasciato in negozio, recita: “Cercai di dirvi qualcosa circa le energie cosmiche: il rapporto tra l’uomo e la natura, l’universo, dopo la scoperta dell’energia orgonica e, nel mio caso, l’esperienza diretta con l’uso dell’energia stessa”.

È grazie al fotografo Eugenio Costa, ed alla sua lunga amicizia con Maini, se oggi siamo in grado di ammirarne l’arte attraverso un corpus nutrito: circa sessanta pezzi. “L’ho conosciuto nel 1992” spiega Costa “abitavo a Milano ma spesso mi recavo a Genova per preparare la mostra sulle foto di mio nonno, poi allestita a Villa Croce. In stazione, rispondendo alla sua attività declamatoria - era convinto che io fossi un ferroviere - abbiamo incominciato a parlare. Saputo della sua attività di pittore, ho iniziato a spronarlo commissionandogli dei quadri. A partire dal ’94 i nostri incontri non si sono più svolti a Principe ma nella sede della Fondazione Costa, qui in Salita Santa Caterina”. La produzione di Maini è limitata, ed Eugenio Costa per anni si è arrovellato su come poterlo far crescere artisticamente, senza però vendere – e dunque disperdere – i suoi dipinti. “Solo recentemente, col perfezionamento della tecnica digitale delle riproduzioni su tela ho compreso come, scansionando ed enfatizzando su grande formato i suoi lavori, potevo realizzare oggetti d’arte e d’arredo che avrebbero potuto sostituire gli originali. Originali non alienabili, per la peculiarità anche esistenziale del personaggio”.

Così i quadri di Maini hanno iniziato ad esser nuovamente visibili, nelle vetrine del negozio. Fino a quando gli architetti Andrea Burnengo e Giampietro Buffoni, incaricati dal Centro di solidarietà di curare l’allestimento d’una nuova ala d’accoglienza, per motivi artistici e umani hanno pensato che le riproduzioni di Roberto Maini potessero essere la scelta più adatta. E chissà che la nuova luce gettata sulla poesia visionaria di questo pittore dolente e profondo, non possa annacquare l’altro “colore”, quello opinabile degli appellativi - “gola secca”, “radiolina” - con cui viene superficialmente evocato Maini.

«Non vi è nulla di facile» scrive il pittore. “Le emozioni, le esperienze, si arricchiscono di percezioni al di là della dialettica. Lavoro per un futuro ancora lontano: la lettura classica si limita agli aspetti formali e cromatici, la lettura del futuro vedrà altre cose, lo svolgersi dell’esperienza e delle difficoltà nell’artista testimone e pioniere”.

Fonte: Secolo XIX

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