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PIACENZA: Una “Luna” risplende

Al Centro “la Ricerca” bilancio per i tredici anni di attività della Comunità per donne tossicodipendenti con figli

PIACENZA: Una “Luna” risplende

Per essere efficace, una comunità terapeutica deve poter andare di pari passo con i tempi, sia suoi (in termini di progetti, professionalità, risorse adeguate) sia degli ospiti, nella loro totalità.

Non a caso, come ha spiegato la responsabile della Comunità Terapeutica residenziale “Luna Stellata" di Piacenza, Fausta Fagnoni, sono stati proprio i bambini che abbiamo accolto insieme alle loro madri, a farci rimettere in discussione il metodo operativo adottato all'inizio, tredici anni fa. "Presto ci siamo accorti che occorreva una ulteriore attenzione verso la relazione madre-bambino".

L'evoluzione della comunità terapeutica è venuta di conseguenza e attraverso quattro passaggi sostanziali: riorganizzazione logistica e delle risorse umane, assetto terapeutico, rete di relazioni e competenze.

Fausta Fagnoni spiega passo passo gli interventi fatti, in un racconto affascinante come lo sono spesso le storie dei successi. Ma, se ne intuisce anche tutta la fatica e l’impegno che sono stati necessari. Si pensi solo alle nuove professionalità introdotte (uno psichiatra, due supervisori, una psicologa per la genitorialità e una per l’ambito dell’area familiare) e alla ridefinizione dei ruoli nell’équipe educativa. E, in ambito prettamente terapeutico, all’individuazione di un percorso articolato in diverse mosse: la costruzione di un progetto integrato e condiviso con l’utente; gradualità e progressione nella definizione degli obiettivi e nelle proposte di cambiamento, condivisi da utenti, operatori del Sert, operatori sociali; la modularità degli interventi e dei soggiorni. Promette nuove prospettive l’importanza assegnata alla creazione di una rete dei Servizi territoriali, in cui si distinguono una progettualità (sinergia e integrazione tra le diverse agenzie istituzionali) e il potenziamento della rete di protezione sociale. Il che equivale a dire apertura al territorio, nonché alla ricerca continua di innovazione.

All’interno della comunità stessa si sono moltiplicati i punti focali su cui lavorare. Non più solo accoglienza e gestione della vulnerabilità delle madri o donne incinte nella relazione genitoriale. Delle donne che arrivano in comunità bisogna considerare vari aspetti - ha rimarcato Fagnoni -, per esempio le numerose relazioni, o non relazioni, con altrettante figure diverse: il bambino, la famiglia di origine, il partner, il mondo dei servizi…". Attenzione però - ha osservato - perché per interazione fra queste figure, in comunità si può verificare una strumentalizzazione del bambino. Perciò, bisogna intervenire per dare al bambino un posto nella famiglia attraverso un intervento terapeutico. Come? Lo ha spiegato la psicologa Elena Costa, consulente presso Luna Stellata: "Partendo dal riconoscimento (e dall’accoglimento) della sofferenza emotiva della famiglia, il primo passo deve essere quello di concentrarsi sulla relazione mamma e bambino. Per la mamma occorrono colloqui psicoterapeutici, colloqui psicoeducativi, ma anche indicazioni di cura di sè e di igiene personale; al bambino, oltre ad un sostegno ai bisogni di base, si darà l’opportunità di interagire con la mamma, si offriranno le figure degli operatori come modello alternativo di regolazione degli affetti".

L'équipe di "Luna Stellata" ha individuato delle criticità sulle quali intende continuare a lavorare anche al proprio interno, su di sé, a fronte delle frustrazioni che possono insorgere. Un esempio: una donna che si ferma presso la comunità 1-2 anni al massimo, spesso non riesce a raggiungere gli obiettivi per lei prefissati e, di conseguenza, gli operatori subiscono la frammentarietà degli interventi; di fronte ad alcuni casi particolarmente difficili sentono anche sfiducia nella possibilità di cure o tendono a passivizzare il paziente. Curare chi cura, in questo caso, fa parte della terapia. Ne hanno parlato due supervisori dell’équipe educativa, il dottor Roberto Framba e la psichiatra Rossana Dadà: "Un monitoraggio continuo degli operatori permette di valutare l’efficacia del lavoro fatto sulle pazienti, il bisogno di tirocini, di integrazione e aggiornamento di informazioni".

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