Ott14

Dipendenze: Dalla rete alla nube

“L'uomo, la società, le dipendenze”

Dipendenze: Dalla rete alla nube

 

1. Alessandro Calderoni, nel suo libro Sopra le righe (2005), è stato il primo, a mia conoscenza, ad applicare al mercato delle droghe il modello informatico. Egli contrappone al "modello Scampia" (Scampia è il quartiere di Napoli controllato dalla camorra, centro del grande spaccio), verticale, strutturato in ruoli ben precisi, il "modello Internet", quello delle "nuove droghe" e dei nuovi stili di consumo, caratterizzato da una grande agilità, dove ogni consumatore diventa anche un "punto rete", che contribuisce alla sua diffusione e soprattutto alla diffusione di una cultura, di un "ambiente" favorevole a includere nuovi sperimentatori e consumatori.

 

 

Tuttavia, l'applicazione dei concetti e dei modelli informatici ai fenomeni umani non è cosa nuova ed è perfettamente legittima, dal momento che è l'uomo il protagonista e il promotore di un sistema di connessioni e di comunicazione, che si deve supporre fatto a sua immagine e somiglianza; esso quindi porterà le impronte della "grandezza e miseria" del suo creatore e protagonista.

In particolare, alzi la mano chi non ha mai usato il termine "rete" per descrivere una comunità o un'impresa sociale. Tuttavia, oggi si sta affacciando un termine nuovo, che include, ma in qualche modo si contrappone e oltrepassa la "rete". E' il concetto di "nube".

Concretamente, mentre era importante conoscere la rete per usarla al meglio, non è necessario conoscere come è fatta la nube, per fruirne: sono possibili, infatti, molteplici e spesso imprevedibili modi per connettersi, con tecnologie elementari, che estendono le possibilità di partecipazione a protagonisti fin qui esclusi o marginali. Di qui, l'imprevedibilità degli effetti e degli sviluppi della nube, a fronte del pregiudizio di programmabilità e di controllo che accompagnava la rete. Nella rete si immaginava che ci fossero dei punti forti, dei centri di controllo; nella nube, la struttura è olistica, non c'è un centro, anzi, ogni punto può essere il centro. Al tempo della rete, si immaginava che il valore stesse nella forza: nella forza del progetto e del controllo, nella forza della tecnologia, nella potenza e nel numero delle connessioni. Al tempo della nube, la debolezza è paradossalmente più efficace, poichè permette molta maggiore agilità, interconnessioni più semplici e immediate.

Non ho nessuna intenzione di cantare il peana della nube: mi rendo conto dei pericoli, legati alla sua natura effimera e alla esposizione a più raffinate manipolazioni. In una società nubiforme ci sarà sempre più l’opportunità di nascondersi, di agire senza farsi riconoscere. Questo può contribuire a un post-individualismo. Non più: “Mi faccio gli affari miei e per piacere non disturbatemi”, ma: “Mi faccio gli affari miei e so che nessuno può disturbarmi”. E’ però interessante e importante leggere questo fenomeno anche per le occasioni che esso presenta, in particolare per il nostro lavoro.

Infatti,l'evoluzione dell'informatica corrisponde (ed è difficile stabilire se si tratti di causa o di effetto o di tutti e due) a un'evoluzione sociale che va nello stesso senso. Il caso Obama è interessantissimo ed esemplare: egli ha vinto le elezioni grazie a una nube di piccoli finanziatori, rifiutando persino i contributi elettorali della "rete" istituzionale; d'altra parte, le sue difficoltà odierne sono legate proprio alla resistenza delle "reti", che vedono minacciata la stabilità degli assetti di potere; al che, egli reagisce facendo appello a realtà "nubiformi", come "i giovani dei paesi emergenti" e manifestando fiducia nella capacità di messaggi chiari e connotati eticamente di creare opinione (anche questo, concetto nubiforme o addirittura nebuloso): l'esempio più recente è la presa di posizione sulla questione israelo-palestinese, davvero sorprendente per chi era abituato a privilegiare il compromesso e la negoziazione (strumenti principe per la costruzione di "reti"). La partita è aperta e non si possono fare previsioni su chi prevarrà.

Ma anche nel nostro più ristretto scenario italiano qualcosa si sta muovendo nella stessa direzione. Da molti anni, si è sottolineata l'importanza delle "reti", in primis quelle televisive, per controllare e orientare l'opinione pubblica: qualcuno mostrava più abilità, spesso spregiudicata, qualcun altro deprecava: ma si era tutti convinti che esse erano strumento indispensabile del potere. Ci sono i sintomi della ribellione dei cittadini a questa impostazione autoritaria, il fastidio per le bugie e la retorica, la rivendicazione della libertà di formarsi un'opinione. Naturalmente, c'è il rischio che a certe parole si cerchi di sostituirne altre, che si continui a rimanere nel sistema della personalizzazione della politica, alla ricerca del leader con l'immagine più aggiornata; che gli slogan coprano l'incapacità di operare delle scelte, che i cittadini continuino, in altri modi, ad essere considerati elettori da sedurre; che il cambio di maggioranza si esaurisca in uno spoil system senza lo sforzo di meritarsi, con i fatti, la fiducia di chi ha votato esprimendo una protesta, ma anche la richiesta di un'etica nuova, anzi, puramente e semplicemente, di un'etica.

Un altro esempio di questa sopravvalutazione delle "reti" è stato il riproporsi, in forme sempre più aggiornate, del dibattito sul rapporto tra pubblico e privato. "Fare rete", "fare sistema" sono state le parole d'ordine. Programmazione era lo strumento principe, mappa della divisione del potere era l'obiettivo. Oggi, pur restando necessari l'attribuzione di responsabilità e un sistema di controllo, ci si rende conto che il sistema dei servizi sociali deve saper interpretare, e farlo sempre più in modo anticipato, la mutazione dei fenomeni e la loro matrice culturale e spirituale (intendendo per spiritualità l'area motivazionale della persona). Se non viene fatto un investimento continuo su questa riflessione, il prezzo che verrà pagato sarà pesantissimo: sarà l'emarginazione dei servizi. Aggiungiamo che, dal momento che a pensar male si fa peccato ma ci si prende, il sistema dei servizi è stato  talvolta usato come strumento di controllo sociale: il sintomo è stato la sollecitazione della delega allo specialista, secondo il principio "per ogni bisogno un servizio, per ogni servizio uno specialista". Il non aver investito sulle capacità di autoaiuto dei cittadini, l'aver favorito la crescita della delega sociale, ma anche dell'egoismo individualista, ha portato a costi insostenibili. Ma oggi c'è un rischio ancora maggiore: la sfasatura tra i servizi e i bisogni. Nel campo delle dipendenze, il pericolo è evidente. La connotazione sanitaria e assistenziale degli interventi respinge i servizi sempre più nell'angolo delle situazioni "gravi" e "tradizionali", cioè legate all'eroina, mentre i fenomeni della dipendenza si stanno sviluppando in una direzione nella quale le sostanze psicoattive e la cocaina in particolare dettano gli scenari. Per evitare malintesi, sottolineo che qui non si propone di abbandonare i più bisognosi al loro destino. Qui non si tratta di discutere primariamente di allocazione delle risorse o ristrutturazione del sistema dei servizi: si tratta prima di tutto di trovare il modo di connettersi con la "nube" della dipendenza, cercando anzitutto di interpretarla: il presupposto è che essa non è la nube tossica che inquina aree più o meno vaste del territorio sociale, ma che essa è parte di una cultura in rapido e costante cambiamento. Questo spiega la necessità, che noi cerchiamo di interpretare con l'incontro odierno, che i "mondi vitali" della nostra comunità locale si interroghino insieme: essi sono, nella mia valutazione, quella parte della nube che cerca di riflettere, sull'insieme e su se stessa. Il fatto di condividere la riflessione può determinare interazioni virtuose e anche orientamenti all'azione, che favoriscano una cultura più attenta alle possibilità dell'uomo, alla solidarietà e, di conseguenza, alla democrazia sostanziale.

2. Perchè è così importante riflettere sulla tossicodipendenza?

Ho sempre pensato che la dipendenza dalle droghe non sia una malattia, della quale soffrono alcune persone deboli, mentre gli altri sono sani. Leggendo Pascal e Albert Camus, e sulla base dell'esperienza di questi anni, sono sempre più convinto che, se di malattia si tratta, del suo virus siamo tutti affetti. Esso può aver manifestazioni più o meno gravi, o addirittura può essere reso inoffensivo. Ma guai a considerarsi immuni e, di conseguenza, guai a considerare i "malati" come dei marziani, degli "altri", da affidare agli specialisti. Essi, al contrario, sono testimoni preziosi di quello che avviene nell'uomo, delle sue debolezze e delle sue possibilità, dei suoi veri bisogni e della profondità delle sue aspirazioni. Faccio spesso un paragone. Perchè vengono costruiti gli attuali enormi acceleratori di particelle, come quello del CERN di Ginevra? Si intendono creare delle condizioni estreme, nelle quali si riconoscono meglio la struttura e le caratteristiche della materia. Questa conoscenza permette di interpretare e di intervenire con maggiore efficacia nei fenomeni più ordinari e quotidiani. Ebbene, la tossicodipendenza e il processo di riabilitazione sono una straordinaria macchina, che rivela la natura dei fenomeni umani, permette di riconoscerli nel quotidiano, dà materia di riflessione preziosissima per chi ha responsabilità educative, sociali, politiche. Dunque, benvenuti al CeRN (Centro Ricerca sulla Natura dell'uomo) di Reggio Emilia!

Vediamo dunque alcuni risultati della nostra ricerca sull'uomo. Premetto che, a differenza dei fisici nucleari, noi non ci poniamo come degli specialisti. Tutti siamo capaci di osservare noi stessi e i nostri simili, e lo facciamo quotidianamente. Il mio vuol essere un contributo a quella nube della quale siamo tutti attori partecipi.

In primo luogo, mi colpisce il carattere pervasivo della dipendenza. Uso consapevolmente questa parola, al posto di quella più tradizionale di "tossicodipendenza" o di quella di "dipendenza patologica". Ci sono delle dipendenze non da sostanze tossiche, come quelle dal cibo, dal gioco, dalla televisione, le dipendenze sessuali o quelle che riscontriamo in rapporti famigliari disfunzionali. La domanda è: perchè tutto questo? Perchè, pur essendovi la consapevolezza che tutto ciò è dannoso per l'uomo, egli sembra aver così scarsa capacità di resistervi? Ho già detto qualcosa in proposito, nel mio libro Nodi, partendo da una caratteristica della dipendenza, che è il fenomeno dell'eccesso, cioè di un andare sempre oltre, poichè il piacere che la dipendenza offre perde attrattività e quindi richiede un continuo superamento. Mi è sembrato che Pascal fosse molto utile per interpretare questa sorprendente caratteristica delle sciagure umane, questo rifiuto della misura, che la cultura classica (vedi Epicuro) associava al piacere. Ma oggi vorrei richiamare la vostra attenzione su qualcosa d'altro.

Mi chiedo: quali sono i bisogni reali, ai quali i comportamenti dipendenti cercano di corrispondere, secondo modalità che aggravano la carenza? Questi comportamenti sono risposte sbagliate a domande reali; ma quali sono queste domande?

Partirei dal concetto di "viaggio" e dal concetto di "altrove". Wim Wenders ha detto una volta che oggi non c'è più un "altrove". Questa frase esprime bene, con un simbolo, ciò che è avvenuto dopo l'Ottantanove. La caduta dei muri (ricordiamo che l'Ottantanove è anche l'anno della nascita di Internet!) ha dato all'uomo la coscienza di essere cittadino del mondo e la percezione di poter andare dove avesse voluto. Questa consapevolezza veniva chiamata libertà. Di fatto, moltissimi ne hanno approfittato, anzitutto intraprendendo un viaggio fisico, un trasferimento geografico. Ricordo quanto mi disse un giovane prete che incontrai a Berlino nel 1992: egli faceva parte di un movimento di resistenza al comunismo e aveva promosso, con i suoi amici, progetti di formazione clandestina e programmi per il dopo-muro. Quando il muro cadde, i suoi concittadini non si rivolsero a chi aveva resistito, e sperato in una rinascita ideale e morale: semplicemente, si trasferirono all'ovest, lasciando i "resistenti" da soli, con quelli che avrebbero voluto trasferirsi, ma non ne avevano avuto la possibilità. Anche le migrazioni sono il tentativo di realizzare, molto concretamente, questo sogno. Allo stesso modo, lo è, per chi può, il viaggio esotico. Ma l'"altrove" non c'è, o almeno non lo si raggiunge spostandosi di qualche centinaio o migliaio di chilometri. In più, l'"altrove" lo si è cominciato a vedere come una minaccia, un Deserto dei Tartari dal quale possono venire minacciose invasioni barbariche. Contemporaneamente, si è cercato un altro "viaggio", quello dentro se stessi: il viaggio delle emozioni, dei sentimenti, delle esperienze. Anche l'eroina era un "viaggio", ma quello lo si è temuto, poichè si capiva che portava in un altro mondo, irreale e minaccioso. Meglio esplorare questo mondo, cercando però di mantenere il controllo: il mondo era quello della sfera dei sentimenti e della sfera delle relazioni. Una protesi era utile, ed era a disposizione: il viaggiatore poteva provvedersi di un kit ben assortito, qualcosa per proteggersi, qualcosa per aumentare le proprie capacità, per estendere la sfera delle percezioni, per reggere lo stress. La velocità delle comunicazioni, la possibilità di spostarsi sia fisicamente che in modo virtuale, ha dato anche la percezione di appartenere a una comunità, ha tolto le censure, provenienti dal pensiero di essere diversi o devianti; ha permesso di tacitare la coscienza o le contestazioni di chi rimaneva critico verso certi comportamenti. Si è sviluppata una cultura, con alfabeti specifici e apparentemente meno difficili: per esempio, si è sostituita la prossimità alla comunicazione, la condivisione fisica di spazi o di esperienze alla profondità di un rapporto spirituale. La prossimità è un concetto "liquido", cangiante, sostituibile in ogni momento; la comunicazione spirituale promette stabilità, ma chiede disciplina e investimento.

Questa analisi non è originale; in più, c'è il rischio che contribuisca al pessimismo, a una certa aristocratica rinuncia, di fronte a dei nostri simili, che sembrano desiderare solo di sollazzarsi in piaceri indegni o più semplicemente di fare i propri comodi, pronti a vendersi all'imbonitore di turno. Ma questo sarebbe un gravissimo errore.

Pascal ci ha insegnato che l'uomo può comportarsi in modo stupido, ma che il motivo di tale comportamento non è mai stupido. Esso è il tentativo di rispondere in modo sbagliato a un bisogno reale. La ricerca del senso, il bisogno di appartenere, la trascendenza come insoddisfazione creativa e esplorazione spirituale: questi sono esigenze nobili e conformi alla natura dell'uomo. Giustamente, Pascal dice che proprio la miseria dell'uomo rivela la sua grandezza.

3. L'erba che cresce.

La percezione della crisi, cominciata nell'Ottantanove, non è soltanto degli osservatori specializzati. Per esempio, molti oggi sono convinti che la libertà, intesa come assoluta disponibilità di se stessi, non soddisfa le esigenze dell'uomo e ha bisogno di integrarsi con altri valori. Questo spiega il rifiuto crescente verso gli imbonitori (e bisogna stare attenti che il rifiuto dell'imbonitore che ha la maggioranza non significa avallo di chi cerca di sedurre con altre parole magiche). Mi pare che ci sia una duplice esigenza.

La prima è quella dell'autenticità. Noi, al CeIS, la chiamiamo nel nostro linguaggio "onestà", con se stessi e con gli altri. Le parole debbono esprimere qualcosa di reale, debbono esprimere dei contenuti, magari parziali e provvisori, ma che corrispondano a ciò che uno veramente pensa e cerca di fare.

Questo porta a mettere in rilievo la seconda esigenza. C'è il rifiuto per le posizioni "forti", per le ideologie che pretendono di spiegare tutto. Questo non vuol dire adesione alle teorie sul”pensiero debole”, secondo le quali ciascuno ha diritto alla sua verità, purchè non pretenda di volerla imporre agli altri. La novità, mi sembra, è il desiderio del confronto. E’ importante avere un pensiero forte: certo, non la forza artificiale di un’ideologia chiusa e intollerante, ma la forza di un pensiero verificato dall’esperienza e legittimato dalla coerenza della vita. Ma proprio l’esperienza insegna che, come dice Amleto al suo amico: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ve ne siano nella vostra filosofia”. La consapevolezza del limite e del carattere parziale delle proprie convinzioni stimola a una provvisorietà creativa, alla ricerca di interlocutori, sulla base del reciproco rispetto, con la convinzione che tale confronto può portare all'arricchimento di tutti.

Infatti, il valore che accomuna è quello della ricerca. Uno splendido testo di Agostino d'Ippona, che egli riferisce a Dio, può essere utilizzato anche in riferimento alla conoscenza dell'uomo, dell'uomo che sono io e dell'uomo che è l'altro: "Ut inveniendus quaeratur, absconditus est; ut inventus quaeratur, immensus est". "Egli è nascosto, perchè, per trovarlo, lo si cerchi; egli è l'immenso, perchè, una volta trovato, lo si cerchi ancora". Chi ha raggiunto convinzioni "forti" (e qui penso a me stesso e a tutti coloro che possono dire di avere una fede o di aderire a un sistema di valori strutturato) deve riconoscere che è molto di più quello che non conosce di quello che conosce, che la sua conoscenza non può divenire supporto alla presunzione, ma che la ricerca continua e deve alimentarsi al confronto con la ricerca di altri; non solo, ma deve nutrirsi della testimonianza, praticando ciò che si dice; proprio dall'esperienza nasce un'ulteriore conoscenza, anzi, perchè si vivono le cose dall'interno, si sfugge al dogmatismo e si percepisce meglio l'ordine di ciò che è fondamentale e di ciò che è conseguente. Allo stesso modo, chi vive la provvisorietà e il dubbio, riconosce il valore di ogni frammento di verità e bellezza che ha scoperto e viene incoraggiato dal confronto a cercare ancora. Da questa esperienza, nasce il rispetto per l'altro uomo, per colui che è diverso da me, ma che so essere comunque portatore di qualcosa che mi può arricchire. Anche questa è l'esperienza della nube, di quella "nube luminosa" di cui parlano gli antichi testi, che può sembrare un ossimoro, ma che esprime invece un'esperienza: il riconoscere di dover cercare ancora, fa apprezzare ciò che si possiede e spinge a metterlo fiduciosamente in gioco, poichè la ricerca non può portare se non a una luce maggiore.

Dopo tante contrapposizioni urlate, dopo tante etichette che sono state attribuite all'altro per negargli la comune dignità di uomo e giustificare persino la violenza, mi sembra che proprio l'esperienza di chi ha incontrato le povertà dell'uomo, ma anche la sua inesauribile capacità di ricominciare, stia introducendo e rafforzando il pensiero che c'è un'uguaglianza, non ideologica, non imposta dall'esterno, non incompatibile con le diversità e le fragilità, ma consistente nell'uguale dignità di ogni essere umano, secondo la formula di quel testo che noi chiamiamo "la nostra filosofia": "un uomo, parte di un tutto, ciascuno con il suo contributo da offrire".

Posso illudermi: ma mi sembra di udire l'erba che cresce, cioè alcuni cambiamenti di atmosfera, certamente non consolidati, esposti alla contraddizione: tuttavia, penso che in molti uomini e donne del nostro tempo incomincino a germogliare convinzioni, che     permettono di ricuperare fiducia e di ricostruire un tessuto di relazioni umane, che restituisca dinamismo alle nostre comunità.

Tra questi fili d'erba, metto anche la convinzione, più o meno consapevole, che è ora di superare l'egoismo, la delega e l'assistenzialismo, e di promuovere l'auto-mutuo-aiuto, secondo i due principi: "Io ti aiuto ad aiutarti"e "Se ogni piccolo uomo nel suo piccolo mondo fa una piccola cosa, il mondo cambia". Sono evidenti le conseguenze di questi principi per la politica: lo stato sociale va ripensato, non soltanto perchè ci sono meno soldi, ma perchè la crisi economica è un'occasione per ricuperare il valore di una responsabilità condivisa, per dire la verità ai cittadini, senza illuderli con la falsa promessa, che il potere è in grado di risolvere tutti i loro problemi, ma convincendoli che solo con il contributo di tutti possiamo dare a ciascuno, e soprattutto alle nuove generazioni, il necessario; che tutti hanno una responsabilità "pubblica", che cioè debbono pensare in termini di bene comune. Infatti, è ora di superare definitivamente l’idea che ci sia una società “sana”, insidiata da alcuni gruppi “devianti” o “marginali”, che è compito dei servizi ricuperare o rendere inoffensivi. Il limite e la fragilità non sono caratteristiche di alcuni: tutti noi possiamo, nella nostra vita, attraversare situazioni o momenti di fragilità. Pensiamo alla vecchiaia e ai suoi problemi. Ma anche la tossicodipendenza, nonostante tutti gli sforzi di esorcizzarla, non è il rischio di alcune categorie né la responsabilità di alcune persone, ma è un orizzonte entro il quale ormai viviamo tutti. Proprio perché questi problemi sono di tutti o possono esserlo, è importante che la comunità intera se ne faccia carico.

In questa ottica, va ripensato il rapporto tra pubblico e privato, proprio perchè ciascuno ha una responsabilità pubblica, cioè verso il bene comune; e, nello stesso tempo, il pubblico ha la responsabilità di cogliere le sollecitazioni che vengono dall'autoorganizzazione dei cittadini e di riportarle dentro un quadro più organico, sollecitando ciascuno a uscire dalle proprie pur necessarie unilateralità.

Aggiungiamo una considerazione, importante e esemplare. Tra i principali indiziati di essere responsabili del disagio giovanile, c’è la famiglia. E’ quasi un luogo comune pensare e dire che, se un ragazzo si droga, ci debbono essere stati dei problemi nella sua famiglia. Si tratta di una diagnosi profondamente ingiusta, che ha per unico risultato il rinforzo di un senso di colpa che la famiglia già vive. Anche per questo, è così difficile che la famiglia riconosca l’esistenza di un problema e chieda aiuto. Se invece riconosciamo di appartenere a un unico orizzonte e che, aiutando gli altri, aiuto me stesso, diventiamo più accoglienti e aiutiamo la famiglia a riattivare risorse e competenze, che esistono anche nelle situazioni più deprivate e che sono preziose per i percorsi di recupero dei ragazzi e introducono nell’opinione pubblica messaggi positivi e competenti.

Lavorare con le famiglie non è facile. Ma anche questo è un ambito, nel quale noi desideriamo collaborare con altre realtà: noi possiamo portare molte informazioni su ciò che bisogna evitare e su ciò che sarebbe opportuno fare, per prevenire l’aggravarsi del disagio; ma soprattutto possiamo dare la testimonianza di quanto grandi possano essere la forza e la generosità di famiglie che, proprio perché hanno sofferto tanto, sono disponibili a condividere la loro esperienza e ad aiutare chi si trova nella situazione, nella quale esse si trovavano prima.

Un altro ambito, nel quale mi sembra che l'atmosfera stia cambiando, è quello del rapporto con gli stranieri. Qualcuno continua ad agitare, colpevolmente e per interessi di bottega, la paura dell'altro. Di fatto, se prendiamo il fenomeno delle assistenti familiari (le "badanti"), mi sembra che grazie a esso si siano costituiti circuiti virtuosi di conoscenza reciproca, pur con tutti i limiti che non possiamo negare. Anche qui, se usciamo dalla retorica, troviamo un mondo nubiforme, che può essere l'occasione di innovazione, di reciproco arricchimento, di allargamento di orizzonti e di iniziative che migliorino la nostra società.

Non voglio fare un discorso intriso di ottimismo d'occasione. Conosco benissimo i rischi che la situazione attuale porta con sè. E' una caratteristica della Nube il suo essere continuamente in divenire, rappresentando una sfida che non si esaurisce mai: da questo punto di vista, la Rete era molto più rassicurante. Penso anche che si debba investire su alcune dimensioni di contesto, dalle quali dipende se l'evoluzione della Nube sarà più o meno positiva.

La prima, è la legalità. Su questo punto, non ci possono essere sconti. Non si possono fare compromessi che consolidino poteri occulti, privilegi parassitari, spesso difesi con la violenza. Ma la legalità va interpretata non solo come un limite, ma come qualcosa che aiuta l'uomo e la società nel suo libero espandersi; di conseguenza, le regole vanno continuamente adattate, coinvolgendo i cittadini nella riflessione sul loro senso e sulle loro finalità.

La seconda condizione di contesto è il lavoro. Va fatto ogni sforzo perchè ogni cittadino, vecchio o nuovo, abbia il lavoro. Senza il lavoro, l'uomo perde la dignità e diventa non solo un peso, ma spesso anche un ostacolo al progresso economico e morale di una comunità. Di fatto, con la crisi iniziata nel 2008, è successo che la torta sulla nostra tavola si è ridotta. Ma non si sono proporzionalmente ridotte le fette di tutti. Alcuni hanno conservato e talvolta accresciuto la loro fetta; altri, hanno perduto tutto, anche le briciole. Questo non può essere accettato ed è il tema che sfida tutti, dalla politica ai sindacati, ma anche le famiglie e la destinazione dei loro bilanci: senza una discussione, proprio nelle famiglie, sulla sobrietà e sulla destinazione sociale delle risorse, non si potrà andare molto avanti. Sono stati fatti interventi significativi, sia dal governo locale sia dalla Chiesa e dalle agenzie benefiche; ma siamo ancora lontani dal porre la questione al centro, come responsabilità di tutti. Come si dice, il problema è di chi ce l'ha. Invece, su questo tema del lavoro, è evidente che solo un pensiero e un'azione condivisi da tutta la comunità dei cittadini può avere efficacia. Si dovrebbe riflettere sul fatto che la disoccupazione sottrae risorse a tutti e crea problemi a tutti. Ogni sacrificio fatto da chi è abbiente può darsi che lo aiuti a salvare l'anima, ma certamente rappresenta un investimento, del quale lui stesso godrà i frutti.

Cerco di sviluppare un punto, che ci sta particolarmente a cuore e sul quale siamo desiderosi di collaborare con chiunque condivide la nostra preoccupazione. Si tratta del rapporto tra scuola e mondo del lavoro. Noi incontriamo tanti giovani, tossicodipendenti e non, che si  pongono come obiettivo del loro percorso di recupero anche il recupero di competenze, che possano aprir loro prospettive di lavoro. Purtroppo, gli strumenti a disposizione spesso non esistono o sono troppo farraginosi. Più in generale, ci sembra che ci sia una percentuale importante di ragazzi che si trovano male a scuola, ma che sarebbero interessati a percorsi brevi, intensi e finalizzati all’inserimento nel mondo del lavoro. Questo richiederebbe però un collegamento molto più stretto dell’attuale tra mondo della scuola e imprenditori. Assistiamo infatti al paradosso che, si dice, alcuni mestieri sono “scomparsi”, mentre la disoccupazione ha raggiunto e rimane a livelli che, fino a poco tempo fa, erano incredibili a Reggio Emilia.

4. L'evoluzione del Centro di Solidarietà. Tentativo di scoprire una logica.

Ciò che il Centro è adesso, a quasi trent'anni dalla sua nascita, è molto diverso da allora. Tuttavia, come tutti i "mondi vitali", mi sembra che il CeIS, nella sua evoluzione, abbia seguito il suo DNA, cioè abbia adattato un'intuizione generatrice a un ambiente in evoluzione e a sollecitazioni che non erano prevedibili quando è nato. Giustamente, Fedele Bertani paragona il Centro a un albero.

Questa evoluzione è essa stessa una nube. La sua storia è stata abbastanza casuale, le interazioni tra le varie esperienze sono esse stesse generatrici di sviluppi (o di blocchi); da qualunque parte si entri in contatto col CeIS, si entra in contatto con un clima, con dei valori e probabilmente anche con dei limiti.

Facciamo un po' di storia.

Gli anni Ottanta sono stati dedicati a impiantare il Centro, con le sue strutture fondamentali, relative al programma di recupero dalla tossicodipendenza. Sotto certi aspetti, si è trattato di un'età dell'oro, con un forte protagonismo del volontariato, sia dei genitori dei ragazzi sia di altre persone. L'apertura più significativa a nuovi orizzonti è stata rappresentata dalla Casa per i malati di AIDS, che ci ha messo di fronte al limite, a qualcosa che non poteva essere riabilitato completamente, alla necessità di un accompagnamento del quale non potevamo dettare i tempi e le modalità.

Negli anni Novanta, soprattutto dopo il referendum del '93, abbiamo capito che era necessario interagire in modo nuovo con il territorio. L'ipotesi di un mondo "sano", al quale restituire i ragazzi "ricuperati" dal loro esilio in deserti avvelenati, ha mostrato i suoi limiti: il male era dappertutto. Sono nati così il CPS (Centro di Prevenzione Sociale), la strutturazione dell'area di accompagnamento, un'attenzione maggiore alle famiglie, l'adesione al processo che ha portato, assieme ai SerT e alle altre Comunità reggiane, alla costituzione del sistema provinciale dei servizi, lo sforzo di dare informazioni, di partecipare alla formazione di un'opinione pubblica più attenta alle problematiche della dipendenza.

Alla fine degli anni Novanta e all'inizio del Duemila, il Centro si è aperto alla problematica degli immigrati. Apparentemente, si è trattato di un evento casuale. In realtà, era l'applicazione a nuove emergenze di un'idea che ci aveva guidato nel recupero dei tossicodipendenti: coloro che rappresentano un problema, possono diventare una risorsa, se vengono accolti e accompagnati. L'efficacia di questa idea è stata dimostrata dallo sviluppo straordinario del sistema "San Pellegrino – CeIS" e dell'Ufficio Assistenti Famigliari, che ha permesso di entrare in contatto con una nuova area del bisogno: le famiglie italiane con anziani e ammalati cronici. Ora, molte persone straniere sono inserite a vario titolo nelle attività del Centro e ne stanno assimilando la filosofia. A questo punto, siamo stati riconosciuti come interlocutore affidabile per altre situazioni di disagio: donne in difficoltà e minori stranieri non accompagnati. Nello stesso tempo, l'esperienza del Centro di Formazione CeSRE ci ha permesso di sviluppare percorsi di accompagnamento per persone con gravi svantaggi, cosicchè ai corsi di formazione si è aggiunto lo sviluppo di Casa Flora non solo come casa di convalescenza ma come luogo di appartenenza e di appoggio per situazioni stabilizzate, ma bisognose di una presa in carico meno intensiva ma più prolungata.

E' di questi mesi un ulteriore sviluppo del settore famiglie, per attività di consulenza anche fuori o a fianco della problematica legata alle droghe, e l'apertura di una comunità per minori, questa volta in uno spazio dedicato e anche con ragazzi italiani. Quest'ultima impresa è interessante anche per il sistema di cui fa parte: l'ASP del Comune di Reggio, che cura il settore minori, cioè OSEA, diviene il nostro referente e il principale inviante.

Questo sviluppo ha allargato lo sguardo del Centro anche in riferimento al nucleo originario della sua attività, la tossicodipendenza. Si è visto che non potevamo rimanere ad aspettare che le persone raggiungessero livelli di disgregazione sociale e personale tali da aver minore resistenza a chiedere aiuto al sistema dei servizi. Abbiamo sviluppato programmi "leggeri", serali o diurni, per giovanissimi e per consumatori di cocaina. Stiamo immaginando un sistema di accoglienza che, assieme al SerT, renda più veloce la presa in carico di persone molto giovani e con un discreto contesto famigliare e sociale.

Tutto questo, però, ci ha posto di fronte alla necessità di investire in forme nuove di informazione e di interazione con il territorio. Abbiamo sviluppato un sito, Drogaonline.it, che sta conoscendo un grande successo ed è stato condiviso e sostenuto dalla Regione Emilia Romagna.

5. “Casa Aperta”.

Quali sono gli sviluppi che possiamo intravvedere, nel futuro del Centro, e quale può essere, in questo contesto, il ruolo della nuova struttura, la "Casa Aperta" di via Codro?

Personalmente, ne vedo due, che hanno in comune un'intenzione: quella di connettere il Centro sempre più a quella "nube" di contenuti, esperienze, ideali, riflessioni, che si sta formando e che supera frontiere, steccati, pregiudizi, e può sbloccare energie già presenti e attirarne di nuove.

Il primo sviluppo attiene al nuovo soggetto che è apparso nel "mondo CeIS", ma anche nella società reggiana, la Fondazione "Solidarietà Reggiana", che ha costruito questo edificio ed è proprietaria degli strumenti di lavoro del Centro di Solidarietà, avendo come scopo statutario quello di favorirne le attività. Ora, la Fondazione è chiamata a favorire anche lo sviluppo di una cultura della solidarietà e del protagonismo sociale dei cittadini, condividendo con la comunità locale quel patrimonio di esperienze e di valori che il CeIS ha accumulato in questi trent'anni. Il primo passo è proprio il convegno, che si terrà alla fine dell'anno e del quale la sessione del 20 giugno rappresenta la preparazione e l'anticipazione. Lo scopo del convegno è di far uscire la dipendenza da quell'angolo nel quale si cerca di relegarla, la dimensione sanitaria; infatti, si deve mettere in evidenza il rapporto tra i comportamenti di dipendenza e certe caratteristiche "spirituali" del mondo nel quale viviamo, nonchè la necessità di implementare la "nube" di rapporti, di valori e di esperienze che può diffondere una cultura dell'autonomia e della responsabilità. Nello stesso tempo, la Fondazione è impegnata a costruire, assieme ai SerT e all'Università, un percorso di riflessione e di ricerca su questi temi, che produca anche strumenti in grado di favorire il confronto e la replicabilità delle esperienze.

Il secondo sviluppo sembra essere molto meno ambizioso e anche prevalentemente funzionale alla struttura che inauguriamo. In realtà, può diventare un laboratorio interessantissimo e uno strumento di grande efficacia per promuovere la "Nube". Si tratta della creazione di un Centralino e di una portineria, attivi 24 ore al giorno, per sette giorni alla settimana.

La complessità che il Centro ha acquisito in questi trent’anni fa sì che tante persone si rivolgano ad esso con le richieste più varie. E’ quindi necessario che qualcuno sappia rispondere in modo competente, indirizzando nella giusta direzione. Questo è elementare. Ma è nella logica della Nube auspicare che questo flusso di richieste aumenti sempre più, senza che si faccia una cernita a priori tra quelle appropriate e quelle improprie. Il solo fatto che qualcuno si rivolga a un Centro di Solidarietà è un valore. Detto con un’immagine: non ha senso dire a un naufrago, che con tanta fatica è riuscito ad approdare alla spiaggia di un’isoletta: “Guarda che non è l’isola giusta, devi nuotare fino a quella un po’ più in là”. Il naufrago va comunque accompagnato. Inoltre, quello che le persone portano è una preziosa informazione su quello che succede “fuori” e corregge l’irrigidimento istituzionale del Centro. In secondo luogo, l’accoglienza aperta sempre è uno straordinario biglietto di presentazione in un mondo dove nel weekend non si trova un idraulico, gli uffici sono chiusi e un risponditore automatico ti suggerisce di rinviare il tuo problema al lunedì. Con questo strumento, “Casa Aperta” si accrediterebbe definitivamente come un “luogo”, non come una struttura. Una struttura è dedicata a un servizio, un luogo è una realtà dove chiunque può essere accolto.

Diciamo con chiarezza che non abbiamo nessuna intenzione di creare un’altra struttura. Esistono già tanti indirizzi, ai quali le persone possono rivolgersi, per le necessità più varie. In particolare, la riorganizzazione dei “Poli” del Servizio Sociale del Comune di Reggio Emilia ha  permesso di sviluppare una modalità di accoglienza a largo spettro. Quello a cui penso, è invece un luogo informale, dove le persone incontrano altre persone come loro, che non hanno competenze specifiche, se non due: anzitutto, la capacità di accogliere e di ascoltare; in secondo luogo, la capacità di orientare verso i servizi più idonei a rispondere al bisogno che viene presentato. E’ per questo, che noi invitiamo a partecipare a questa iniziativa quanti di voi vivono in questa dimensione informale: chi accoglie, deve rappresentare non un servizio, ma la città, la comunità; egli è un cittadino di una comunità solidale, che non delega, che è amica di chi è nel bisogno e che, nello stesso tempo, è competente, nel senso che sa orientare e accompagnare.

Voglio mettere onestamente in evidenza anche l’interesse del Centro di Solidarietà per questa iniziativa. Noi abbiamo bisogno di farci conoscere per quello che siamo, a un’opinione pubblica che ci confina ancora nella categoria di “comunità per tossicodipendenti”. L’evoluzione del Centro, la sua vocazione di movimento, di laboratorio, di luogo d’incontro e di confronto di idee, sono ben lungi dall’essere note. Noi pensiamo che il lavorare con voi possa essere molto importante per restituire al nostro Centro agilità e prossimità al bisogno.

E’ quindi importante che ci conosciamo, che i rapporti tra di noi divengano sempre più fluidi, che la conoscenza si diffonda dai vertici di responsabilità ai livelli più ampi delle nostre organizzazioni. Lo strumento può essere la partecipazione di persone vostre a questa accoglienza continua. Le persone che voi mandereste diventerebbero le connessioni non solo con il CeIS, ma con la Nube di coloro che si rivolgerebbero a questo centralino: essi diventerebbero i mediatori naturali tra di noi e favorirebbero il crescere di una riflessione e il nascere di nuove idee.

Nello stesso tempo, noi pensiamo che potremmo essere utili a voi, proprio per quella vocazione di laboratorio che il Centro possiede. Come dicevo, qui le fragilità e le possibilità dell’uomo, le dinamiche dell’autodistruzione e del riscatto, appaiono con una chiarezza assoluta. Chi si occupa di educazione, chi riflette sulle dinamiche di una società in così rapida evoluzione, chi si interroga su quel mistero che è l’uomo, può trovare qui tanti elementi di riflessione.

Infine, la vostra partecipazione a questo “H24” favorirebbe l’utilizzo da parte nostra delle vostre attività (penso alla necessità di suscitare nei nostri ragazzi interessi e socializzazione), ma anche l’utilizzo da parte vostra di questa struttura e dell’area adiacente. La fantasia non manca né a voi né a noi.

Naturalmente, non penso che tutto questo possa essere realizzato immediatamente. Dovremo costruirlo insieme, anche perché non sappiamo che cosa questa “rete” porterà a riva. Questa volta uso la parola “rete” nel senso marittimo e piscatorio. Mi piace pensare a come pescano ancora da qualche parte del mondo, “a sciabica”: alcune barche stendono la rete a qualche decina di metri da riva, ancorata a dei galleggianti; poi, da riva, i pescatori tirano con forza i canapi, finchè la rete diventa un sacco; poi si vede che cosa c’è dentro. Spero che questa avventura la possiamo correre insieme

Don Giuseppe Dossetti - Presidente CEIS Reggio Emilia

 

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