Giu27

Approfondimenti: "26 giugno, giornata mondiale contro la droga: si scrive droga ma si parla dell’uomo"

Approfondimenti:

In occasione del 26 giugno, giornata dell’ONU contro la droga, desidero condividere alcuni dati e riflessioni su questo tema del quale mi occupo da più di 25 anni.
La Commissione globale per le politiche sulle droghe,  nata dall’esperienza di  una precedente Commissione latinoamericana  sulle droghe, è un gruppo internazionale che vede tra i suoi membri esponenti del mondo della politica, dell’economia e della cultura mondiale; non ha nessun ruolo ufficiale ma si prefigge come scopo  quello di sviluppare un dibattito internazionale sulle modalità più efficaci ed umane di trattare  la questione delle droghe.

Pochi giorni fa, questa Commissione ha dichiarato che la politica degli ultimi 50 anni sulle droghe ha fallito e invitava l’ONU a prenderne atto e modificare la strategia, arrivando a proporre la legalizzazione della cannabis. A loro ha replicato Yuri Fedotov, direttore generale dell’UNODC (l’ufficio dell’ONU che si occupa di droghe e criminalità), dicendo che piuttosto di fallimento bisognerebbe parlare di ricerca di una soluzione definitiva e aggiungendo che la legalizzazione è una questione interna degli Stati membri.  Solo pochi mesi fa, a marzo,  dallo stesso Fedotov  è stata proposta a Vienna una risoluzione europea di contrasto alla tossicodipendenza che privilegiava l’attività di recupero e reinserimento…
Insomma siamo alle solite: chi dice droga si e chi ribatte droga no, ognuno adducendo una serie di motivazioni a supporto della propria tesi. Continuo a pensare che sia un dibattito sterile ed ideologico. In Italia è, di fatto, tollerato l’uso personale di droghe e l’alcool (che circola liberamente) non mi risulta produca meno danni delle droghe alla popolazione…  mi chiedo se veramente ci sia interesse verso l’uomo e come mai non si affrontino in modo deciso le cause della tossicodipendenza e si pensi solo alla repressione del crimine legato alla droga: tutte le varie proposte di legalizzazione non hanno come scopo la diminuzione della popolazione tossicodipendente, ma la lotta al narcotraffico!
Qualche dato per capire di cosa stiamo parlando: Tre milioni di utilizzatori "regolari", 500mila "consumatori problematici" per un giro d'affari che muove 24 miliardi di euro l'anno in Italia questo e' il mercato della droga presentato a maggio nel libro bianco del Consiglio Superiore delle Scienze Sociali. Un mercato fiorente che in dieci anni, dal 2001 al 2010, in Italia ha provocato 5.700 morti per abuso di sostanze stupefacenti. Sempre a maggio la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga della polizia (DCSA) ha presentato il rapporto sulle attività del 2010 dal quale emerge che Il mercato della droga si evolve e si diversifica, con aspetti di novità particolarmente allarmanti: accanto alle droghe tradizionali (eroina, cocaina, cannabis), per le quali l'offerta non accenna a diminuire, deve registrarsi la crescente diffusione delle droghe sintetiche, soprattutto tra i giovani. Più di tre tonnellate la quantità di sostanze sequestrate, da registrare anche l’incremento dello spaccio via internet. Infine ecco la fotografia dei tossicodipendenti del 2° millennio che emerge da una ricerca condotta da Eurisko e Federserd (Federazione italiana dei servizi per le tossicodipendenze, i SerT): nessuna differenza di età - si comincia a 12 anni come a 65 - e nessuna differenza di censo o di cultura, tanto che alle porte dei Sert bussano pensionati, operai, studenti, giovani manager rampanti, professionisti di vecchia data. Un paziente su due lavora, uno su tre è sposato o convive, uno su quattro ha figli. Sempre più 'insospettabile' chi finisce nella morsa delle droghe.  E da noi? Nel 2010 il Sert (servizio tossicodipendenze) della ASL 3 ha avuto in carico 4350 pazienti, di questi 1500 circa erano nuovi. Sul totale si è registrato un significativo aumento dei consumatori di cannabinoidi ( dal 16.50 al 18.50 %), aumentati- seppur in misura minore- anche i consumatori di cocaina (dal 9,45 al 10,25 %) mentre diminuiscono (-1.43%) le persone che si rivolgono a loro per problemi legati alle “nuove droghe” (exctasy, amfetamine, inalanti…). Lo zoccolo duro, neanche a dirlo, è rappresentato dagli eroinomani che sono poco più della metà del totale ( 2200). Tra tutti i loro pazienti poco più del  52% è trattato farmacologicamente con sostitutivi (metadone o buprenorfina)  o altri farmaci , mentre circa il 10 % è inviato in Comunità.
Il dato sicuramente più allarmante è l’enorme crescita ( poco quantificabile) della “zona grigia”, quella delle persone che consumano, anche in modo pesante, e non sono conosciute né assistite dai servizi. Un numero favorito dalla “assuefazione” della società, ormai abituata a convivere con le sostanze;  un fenomeno che ha ripercussioni negative sulla società: il 30 % della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati connessi, direttamente o indirettamente, alle droghe; negli ospedali abbiamo un alto numero di ricoveri dovuti all’uso di sostanze (legali e/o illegali) e alle sue conseguenze; i costi emotivi e sociali che le famiglie devono sostenere sono altissimi. In questo quadro i giovani finiscono per essere i più penalizzati, sul loro benessere non si investe in modo adeguato: la scuola pubblica è sempre più   penalizzata e svuotata  di contenuti e risorse; i giovani non hanno spazi per loro nelle città moderne (in molte piazzette e cortili è affissa la targa che vieta il gioco del pallone…), sulla prevenzione al disagio non ci sono fondi se non per campagne costose e poco efficaci, e non parliamo del mondo del lavoro e della sua precarietà. Oltre a qualche spot pubblicitario, ai giovani va offerta la possibilità concreta di essere protagonisti della propria vita, di potersi costruire un futuro. Se non si lavora in questa prospettiva, i produttori e gli spacciatori di droghe continueranno ad aumentare  il loro business mortale. Occorre operare affinché  le persone giovani siano in grado di affrontare le difficoltà della vita, avendo sviluppato una buona idea di se, la capacità di stare in relazione con gli altri condividendo idee e problemi ed aiutandosi a vicenda. E’ esattamente il lavoro che si fa in comunità: si sperimenta cosa vuol dire essere protagonisti della propria esistenza, essere se stessi nella relazione con gli altri, assumere le proprie responsabilità e fare un progetto di vita che sia tarato sulle proprie capacità reali. La Federazione Mondiale delle Comunità terapeutiche, riunitasi a Genova nello scorso ottobre, ha illustrato una serie impressionante di successi ottenuti nei suoi 40 anni di lavoro;  Giovanni Serpelloni capo del DPA (Dipartimento delle Politiche Antidroga)  ha dichiarato, un paio di mesi fa, il proponimento di attivare una serie di misure più centrate sulle persone tossicodipendenti con la creazione di un nuovo approccio alle politiche di riabilitazione e reinserimento, ma soprattutto, di supportare fattivamente le organizzazioni e gli operatori che si dedicano a tali attività.  La comunità di recupero è stata indicata come una soluzione che permette di affrontare costi minori rispetto a quelli dei detenuti in carcere o dei dipendenti in ospedale  e di poter quindi utilizzare una parte di fondi per investire su nuove soluzioni,  cosa di cui si sente un grande bisogno tra gli addetti ai lavori. Il sistema di cura delle dipendenze  avrebbe bisogno di essere aggiornato, è nato negli anni ’70 e tarato su una realtà che oggi è completamente mutata, alcune modifiche sono state apportate (più per merito di singoli responsabili/operatori che non per strategie centrali), ma il cambiamento del fenomeno è continuo e, soprattutto,  viaggia ad una velocità maggiore. Il 26 giugno è la giornata ONU contro le droghe, dall’anno della sua istituzione- 1987- ad oggi c’è stata una evoluzione negativa dell’attenzione nella società e nei media  rispetto al fenomeno e alla sua pericolosità, arrivando alla “quasi normalità” di cui parlavo prima. Il risultato è che le dipendenze aumentano, senza allerta sociale calano gli investimenti e, a fronte di tanti riconoscimenti verbali, le comunità e, l’intero sistema di prevenzione, cura e riabilitazione soffrono paurosamente e rischiano il collasso… è questo che vogliamo per il futuro?

Ramon Fresta, Responsabile Relazioni Esterne 
Centro di Solidarietà di Genova

Written by Ramon Fresta, Posted in approfondimenti, dipendenze

About the Author

Ramon Fresta

Lavora da 30 anni al Centro di Solidarietà di Genova.

E’ Educatore Professionale e  ha una specializzazione in Logoterapia.

Giornalista- Pubblicista, iscritto all’Ordine dal 2006.

Al Centro ha lavorato in quasi tutti i servizi del terapeutico, prima come operatore e poi come direttore.

Nel 1993 ha contribuito alla nascita della rivista del CSG “L’ABBRACCIO”.

Membro della commissione comunicazione della FICT.

Oggi è Responsabile di due diversi servizi: Alloggi-assistiti e Collocamento disabili

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