Giu21

Dipendenze: Il limite come qualcosa di positivo

Dipendenze: Il limite come qualcosa di positivo

E’ difficile sollevare l’uomo moderno dalla sua sofferenza, né gli si può proporre come soluzione puramente e semplicemente la misura. Una prospettiva stoica o epicurea non gl’interessa: egli rimane “il perennemente insoddisfatto”, secondo l’espressione di Goethe. Ancora una volta ha ragione Pascal, che vede nella miseria dell’uomo la traccia della sua grandezza: “Tutte queste stesse miserie provano la grandezza dell’uomo: sono miserie di gran signore, di re spodestato” (Pensieri, 369 Serini)

Anche l’eccesso prova questa grandezza. L’uomo non si ferma di fronte al limite: egli porta in sé, oscuramente, “la nozione dell’eternità”. Ci deve accomunare al Budda la compassione per il dolore dell’uomo; ma possiamo condividere la sua diagnosi, che ogni sofferenza venga dal desiderio, e il suo insegnamento, che il desiderio debba essere superato in una sublime indifferenza?
Ma è possibile un’altra via, una via che porti ad accettare il limite come qualcosa di positivo, di bello, di vitale? E’ possibile, senza mentirgli, dire all’uomo che può aspirare alla felicità o, almeno, a intravederla?
Probabilmente, la via va cercata, considerando la natura e le condizioni della relazione tra l’Io e il Tu. La grande intuizione di Martin Buber sta nell’aver affermato che l’io non esiste fuori della relazione, anzi, che l’evento di relazione è, esso solo, l’evento originario. E’ dall’esperienza della relazione che nasce la autocoscienza dell’Io. Ma questo evento è necessariamente un evento donato, che può essere invocato e atteso, ma in nessun modo costruito e posseduto
Che cosa esiste prima della relazione? il nulla, l’impotenza. E’ spesso nei giorni del dolore che emerge il dono di un Tu, che ti viene incontro, che ti si offre, al quale tu puoi consegnarti e nella consegna avvertire che tu sei, che tu esisti, perché sei di qualcuno, per qualcuno
Proprio per questo, paradossalmente, l’esperienza dell’eccesso può essere utile. Essa smaschera l’illusione di poter raggiungere un “oltre” che soddisfi i desideri dell’ uomo. La dolorosa impotenza di chi ha sperimentato una ricerca, al termine della quale egli si sente ancora più lontano dalla meta rispetto a quando ha cominciato, può orientare l’uomo a una diversa considerazione del limite
Infatti, nella relazione interpersonale, il limite è costituito dalla soggettività dell’altro, dal Tu, che è irriducibile a un oggetto che io posso possedere. Il limite è allora accettato: esso non è più la porta di ferro che mi impedisce di gettare lo sguardo in un’immaginaria camera del tesoro; esso è piuttosto il territorio dal quale escono parole e atti che mi sorprendono, poiché sono parole di grazia e di perdono
Tuttavia, questa esperienza donata può essere conservata solo se si accettano le leggi della relazione interpersonale. La prima e fondamentale è che le norme vengono dettate non dall’Io, né dal Tu, ma dalla relazione stessa. Essa esige che ogni giorno io mi chieda non che cosa serve a me, ma cosa serve a mantenere e a far crescere quelle relazioni che fondano la mia identità. Per tale obiettivo, devo essere pronto a pagare il prezzo richiesto e a pagarlo con gioia

E’ ora di tornare al nostro tema. La compulsione all’uso di sostanze può essere veramente vinta, solo quando le viene data un’ alternativa che contenga una promessa e una sfida. Quest’alternativa, secondo noi, non può essere altro che la gioia dell’incontro e l’ingaggio in un sistema di relazioni forti. Ecco perché, a nostro parere, il fattore comunitario è ancora lo strumento principe per la cura delle dipendenze
Certo, quest’ingaggio non è facile. Prima, è necessario sgombrare il campo da tutto ciò che rappresenta il surrogato di una vera relazione. Questo è spesso molto difficile, molto costoso, soprattutto per chi condivide la vita di una persona dipendente: è necessario sciogliere tutti i nodi che rendono dipendenti dal dipendente, nodi affettivi, frutto di manipolazioni e ricatti raffinati.
Inoltre, è necessario insegnare una grammatica della relazione e un linguaggio. E’ necessario prevedere un lungo accompagnamento: infatti, bisogna aiutare a divenire compatibili con la cultura del gruppo sociale al quale si vuole appartenere, a vedere nella disciplina non un’imposizione esterna, ma il prezzo necessario della libertà. Bisogna ricercare insieme il difficile equilibrio tra la sottomissione alla realtà e alle sue regole e, d’altra parte, il desiderio di sentirsi protagonisti  e di dare un  proprio originale contributo
Tutto questo è molto costoso. Ma noi riteniamo che ne valga la pena. La nostra ricompensa è la percezione, che ci sembra di avere, di essere portati molto vicini al centro di quel mistero che è l’uomo

Don Giuseppe Dossetti - Presidente Ceis Reggio Emilia

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