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Dipendenze: "L’anedonia: i meccanismi dell’eccesso e le sue conseguenze"

Dipendenze:

Da tempo, chi lavora nelle dipendenze, ha osservato il loro carattere progressivo. L’illusione della persona dipendente è quella di poter gestire la propria dipendenza, di poter controllare l’uso delle sostanze o certi comportamenti come il gioco d’azzardo e le dipendenze a carattere sessuale. Tutti però sappiamo che così non è: gli equilibri che talvolta si raggiungono sono molto fragili e comunque insoddisfacenti e accompagnati da una forte dose di ansia. Si è d’accordo che la via più sicura è l’astinenza completa, ma questa viene spesso sentita come un’amputazione .

 La decisione di rinunziare al comportamento dipendente viene presa, di norma, dopo una crisi, che interrompe la fase euforica e questo sentimento di sconfitta accompagna spesso la sobrietà, alimentando un rimpianto che espone alla ricaduta.
La dipendenza acquista così un aspetto magico: la sostanza viene personificata, diventa un interlocutore, maledetto e desiderato; le si attribuiscono proprietà appunto magiche e questo alone di sacralità e di magia si riverbera sugli operatori del settore, che talvolta se ne lasciano sedurre al punto di compiacersene.
Dobbiamo dunque cercare di capire come mai un essere umano diventi dipendente da una sostanza o da un comportamento, senza saziarsi mai, senza riuscire a porre limiti, anzi, cercando di spostare sempre oltre i confini di un’esperienza, che, pure, viene riconosciuta come distruttiva.
Il termine “anedonia” esprime bene questa situazione. Viene ricercato il piacere (edonè), ma esso non basta mai; tuttavia, più si avanza oltre i limiti dell’esperienza, più il piacere diminuisce; o meglio, mentre in un primo tempo viene ricercato per se stesso, alla fine acquista un valore “medicinale”, quasi a sedare, almeno per breve tempo, un’angoscia che non può essere gestita altrimenti.
Il termine “eccesso” fa parte di un gruppo di termini che indicano il superamento di un limite. “Eccedere” vuol dire “andare fuori”, come “esagerato” è colui che esce dall’agger, dall’ argine, e “enorme” è ciò che esce dalla norma, dalla misura.
In effetti, la cosa più interessante per chi riflette su queste cose è la mutazione intervenuta in Occidente negli ultimi due secoli e che si è accelerata negli ultimi decenni. Ormai, è molto difficile che il piacere venga considerato compatibile con la norma, con la misura. Esse vengono considerate come un limite che amputa e rende meno intenso, meno attraente il piacere. Qui però c’è un cambiamento davvero radicale rispetto al passato, al mondo antico e alla cultura classica. Basta fare un nome: Epicuro. Questo filosofo ellenistico del primo secolo della nostra era associava piacere e misura. Il vero piacere era quello che sapeva darsi un limite e rientrare in un’ armonia della quale l’uomo rimaneva padrone. Anche il libro del Qohelet, l’Ecclesiaste, proprio perché convinto della vanità di tutte le cose, suggeriva come la via migliore per l’uomo il trarre dal tempo presente il massimo della gioia, ma conservando un atteggiamento di “sapienza”, cioè accettando serenamente che nulla dura per sempre:

“ Sta’ lieto, o giovane, nella tua giovinezza,
e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.
Segui pure le vie del tuo cuore
e i desideri dei tuoi occhi.
Sappi però che su tutto questo
Dio ti convocherà in giudizio.
(non il giudizio oltre la morte, poiché oltre la morte non c’è nulla, ma un giudizio qui, nella storia).
Caccia la malinconia dal tuo cuore,
allontana dal tuo corpo il dolore,
perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio”.
(Qo 11,9-10)


Qualche anno fa, Alberto Moravia sostenne la liberalizzazione delle droghe con un argomento originale:
“ Il drogato ha pur sempre ragione di rispondere a chi lo esorta ad abbandonare la droga; “Sì, va bene, ma io che cosa otterrò in cambio?”. E infatti noi non possiamo che rispondere: “Nient’altro che la normalità del vivere quotidiano, nell’era dell’edonismo e del consumismo di massa. Cioè, nulla”.
….. Allora, a questo punto , visto che in luogo della droga non possiamo offrire al drogato che quella stessa disperazione dalla quale nasce il ricorso alla droga, sembrano più importanti i vantaggi della liberalizzazione e della legalizzazione” (Il Corriere della Sera, 23.08.1989).

Tuttavia, anche Moravia aveva una formazione umanistica classica e il suo ragionamento non tiene conto del fenomeno dell’eccesso. La droga può sembrare un anestetico della sofferenza esistenziale, ma progressivamente diventa essa stessa causa di una sofferenza sempre crescente.
Ma dobbiamo dire anche un’altra cosa: l’eccesso è incompatibile con la cultura e distrugge progressivamente la dimensione sociale dell’uomo.
Noi sappiamo che la cultura è quel patrimonio di conoscenze, di tradizioni, di istituzioni, di comportamenti, che formano la materia della quale è costituita la nostra identità. Su questa materia, l’io singolo esercita una funzione critica, con una dose maggiore o minore di accettazione. Ma anche colui che ha un atteggiamento eversivo verso la cultura nella quale è nato non ne può prescindere: lui è quella cultura e il cambiamento sarà tanto più efficace quanto più egli si sentirà responsabile nei suoi confronti.
Ora, cultura vuol dire limite. Banalmente, se io circolo in Gran Bretagna tenendo la destra, causerò un incidente, avrò conseguenze disfunzionali al mio appartenere al gruppo sociale britannico. Ogni cultura ha una sua paidéia, ossia un sistema formativo. Non ci può essere però formazione senza una regola, una disciplina.
E’ la cultura che permette l’esistenza di una comunità. Essa è la grammatica, il linguaggio, che permette a un determinato gruppo umano di comunicare, di appartenersi.
Si è detto tante volte che le droghe fanno parte di culture alternative. Lo si dice almeno dal tempo dei figli dei fiori. Di fatto, noi sappiamo che la pressione del gruppo è importante nell’iniziazione all’uso. Ma proprio il fenomeno dell’eccesso determina nei gruppi dei consumatori di sostanze percorsi di frammentazione e di solitudine. La promessa di rapporti sociali più liberi, più gratificanti perché meno regolamentati, è in realtà un tragico inganno. Proprio l’identificazione di libertà e di eccesso porta l’uomo a una dolorosa solitudine, anzi, alla rassegnata convinzione dell’impossibilità di appartenere veramente a qualcuno e che siano invece possibili solo rapporti di uso, nel quale l’altro è soltanto un oggetto.
Questo è evidente in particolare nelle dipendenze a carattere sessuale. Assistiamo alla progressiva amputazione della dimensione più propriamente umana della sessualità, cioè il suo carattere di apertura interpersonale. Il rapporto tra due esseri che condividono il proprio corpo è, di per sé, un’affermazione reciproca del carattere assoluto del Tu dell’altro. Vi è una promessa reciproca di stabilità e di esclusività. Il Tu di colei e di colui che vengono chiamati “la mia donna”, “il mio uomo”, acquista un’evidenza singolare nella multiforme e continuamente cangiante moltitudine dei vari “Tu”, che intessono la trama dei rapporti dell’”Io”.
Ma in questa apertura al Tu è inclusa una radicale autolimitazione. L’altro non può essere posseduto, ma solo accolto; egli mi è cosi intimo, che io avverto un’incompletezza, una ferita aperta nel mio fianco, ma di questa ferita io godo. So che questo rapporto non può essere in nessun modo garantito, ma va continuamente rinnovato e richiede un investimento, spesso faticoso. Eppure si ama quella fatica:
  “Ubi amatur, non laboratur; et, si laboratur, ipse labor amatur”,
scrisse Agostino di Ippona: quando si ama, non c'è fatica; ma, se ve ne fosse, si ama quella fatica.
Se invece l’altro viene visto puramente come lo strumento del piacere, è ben difficile che il rapporto rimanga stabile. La sperimentazione, la ricerca di sensazioni sempre nuove, mi chiude in un narcisismo continuamente preoccupato solo di una cosa: la prestazione. L’altro diventa il limite da oltrepassare, dunque, un oggetto da possedere. L’oggetto è tanto più appetibile, perché riguarda le fonti della vita, eppure io mi trattengo, quasi inorridito, di fronte a un’ipotesi di fecondità. Nel romanzo Il Padrino, di Puzo, il sicario del boss getta il bimbo appena nato dalla sua donna nella fornace del palazzo ove abita: da me non può nascere nulla, l’io è ormai chiuso in una disperata e compulsiva affermazione di sé, che conosce solo una strada, il potere e la violenza.
Oppure, la lotta tra i sessi diviene più sottile. L’affermazione dell’io può avvenire solo mediante la sottomissione e l’umiliazione dell’altro. In questo gioco, ambedue le parti sono perdenti. Viene in mente il film L’Angelo azzurro, con Marlene Dietrich.
Analoghe considerazione potrebbero essere fatte per quella droga che è il potere. La storia recente potrebbe essere letta alla luce di un’insaziabile ricerca dell’eccesso. Ma manca il tempo.
Diciamo invece qualcosa sulle droghe, intese come sostanze stupefacenti. In esse, la progressività e la compulsione a un utilizzo sempre più totalizzante sono particolarmente evidenti. Va soltanto aggiunta un’osservazione.
In ogni eccesso, si è più o meno lucidamente consapevoli che c’è un prezzo da pagare; può trattarsi della competizione o della seduzione, del rischio, della lotta per il potere. Le droghe rappresentano una scorciatoia. La loro promessa è di donare il successo togliendo la fatica (o monetizzandola). Forse, anni fa, la droga, soprattutto l’eroina, era un “viaggio”, cioè un’avventura, una sfida. Si cercava proprio quel piacere, sperimentando sempre nuove avventure e le stesse difficoltà rendevano il gioco più affascinante.
Ora, invece, le droghe vengono usate come protesi, come strumento per raggiungere con facilità e immediatezza obiettivi, che altrimenti richiederebbero ben altri investimenti. Da questo punto di vista, l’uso di droghe è una strada pusillanime e vile.

Don Giuseppe Dossetti - Presidente Ceis Reggio Emilia

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