Mar23

"Madri, bimbi e vulnerabilità emotiva…"

Nelle città invisibili, Italo Calvino scrive che l’inferno è quello che noi viviamo sulla terra, che ci costruiamo con le nostre mani. E nei confronti dell’inferno possiamo avere due atteggiamenti : integrarci in esso fino a non vederlo più, diventandone parte…. Oppure, vivere in esso, cercando e scegliendo ciò che inferno non è.
Se si opta per questa scelta, quindi la più difficile, la via stretta,  allora è chiaro che a questa dobbiamo essere preparati, educati e sostenuti. Le isole di non inferno le costruiamo noi stessi e forse questo è il grande obiettivo della relazione educativa d’amore.

E forse, è questo quello a cui sono chiamati i genitori, madri e padri,  nella relazione con i propri figli e nella costruzione di una in-vulnerabilità emotiva che sia frutto di relazioni e di addestramento alla resistenza ad un inferno sempre più dilagante. Vorrei usare un ossimoro e parlare di un inferno ghiacciato.
E per comprendere vi chiedo il permesso di non usare le mie parole, ma quelle di Francesca, una ragazza della mia comunità, madre non preparata, non addestrata, non tanto amata, per poterlo essere profondamente:
“Avevo perso tutto: la mia famiglia, la mia libertà, i miei genitori…
Mio padre non voleva più vedermi, e neanche mia sorella, mentre mia madre…..
Mia madre non c’era più, era morta da due anni; lei la mia unica sicurezza in una vita sballata, senza responsabilità, né certezze, né risposte, ma lei nei momenti più disperati mi teneva sempre la mano, lei mi confortava, mi aiutava, mi curava e mi riempiva d’amore, lei la persona più cara al mondo, se ne era andata ed io mi sentivo maledettamente sola, in crisi con la mia vita ormai da troppi anni calpestata e ridotta a brandelli.
Vivevo con un uomo, anzi che detestavo, finito in galera, con la roba mia dolce e velenosa compagna, i due piccoli pulcini Gianluca e Carla, venuti al mondo senza presupposti, senza una normale famiglia ma con già tanti problemi, con una sola certezza, la loro mamma.
Ogni giorno, quando li portavo all’asilo, pensavo: ”Speriamo che anche oggi va tutto bene” il rischio era enorme, ogni giorno quel buco nelle vene poteva essere l’ultimo.
Non potrò mai dimenticare quel giorno…. Ero collassata e mi risvegliai con Carla sopra di me che mi dava i pizzicotti in faccia e urlava ripetutamente: “ Mamma, mamma!!!!”
 Appena ho riaperto gli occhi ho visto i suoi occhi disperati, terrorizzati…..Poi nel vedermi di nuovo lì con lei, i suoi occhi sono tornati a brillare.
Dio solo sa come mi sentivo dentro……Fallita…..finita……distrutta……stanca…..e inutile….dove era finita Francesca???
Gianluca e Carla erano con me ed io non volevo perderli, assolutamente no!!
Ho deciso così di intraprendere un cammino terapeutico, certa solo di non avere più alternative, che da sola non potevo farcela e che sarebbe stata dura.
Il mio percorso è stato molto duro e difficile sin dall’inizio:
sono arrivata in comunità  con un bel biglietto da visita, “un giudizio” che mi sono purtroppo portata appresso per tutto il programma , quello di “ragazza facile”.
Dico così e non “puttana” perché per me sono due termini molto diversi.
Ecco perché per tutto il percorso ho sempre negato di dirlo, quel termine non mi apparteneva.
Quando ero piccola regalavo spesso le mie cose per accaparrarmi l’affetto degli altri, non davo il giusto valore alle cose, tutto si poteva donare pur di non deludere gli altri, le amiche in particolare, altrimenti sarei rimasta sola…
Poi è arrivato il collegio…con quelle stanze grandi, fredde e silenziose.
Tutte le sere quando andavo a letto, prima di spegnere la luce stringevo la mano alla mia amica Cristina e poi a Monica e ci davamo la buonanotte, e appena la luce si spegneva le lacrime prendevano il sopravvento…. Mi mancava la mia mamma… mia sorella… mio padre, ogni giorno quando finiva la scuola vedevo le altre ragazze tornare a casa ed io no; io salivo su nell’internato….perché? mi chiedevo perché io no?  Cosa ho di diverso, di sbagliato?
E’ atroce sentirsi esclusi dal mondo, non amati , né voluti….il vuoto dentro aveva bisogno di essere riempito…
Francesca è stata facile…facile all’affetto, facile all’infatuazione, facile al corteggiamento e alle lusinghe, disposta a concedere tutto, senza tanti preamboli, per un po’ di affetto, per sentirsi importante, coccolata, protetta, e forse amata. E così iniziavo a cercare conferme nei ragazzi, “ almeno tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo “ dicevo al mio uomo…..
Ed è stato così anche per tutto il mio percorso… soprattutto quando arrivavano quei sentimenti di sempre… solitudine, diversità, paura…non li sopportavo e mi appoggiavo ad un uomo per non sentire, per stare meglio, per colmare i miei bisogni e le mie angosce.
Ho camminato sempre con alti e bassi, ho avuto momenti di vera crescita, durante i quali ho imparato a “leccarmi le ferite da sola” come i gatti, a riempire i vuoti di me stessa, di nuovi valori, di piccole ma meritate conquiste; si alternavano periodi in cui la solitudine e l’insicurezza prendevano il sopravvento ed io facevo più grande il bisogno di un uomo accanto, cedendo e rinunciando a quegli ideali che stavano germogliando dentro di me.
Nonostante le mie ricadute, ho sempre lottato per il mio principale obiettivo: la mia dignità. Per arrivarci ho imparato a volermi bene, a guardarmi allo specchio, ad osservare il mio naso senza più odiarlo ma accettandolo come parte integrante del mio viso, d’altronde senza di esso non sarei più la stessa ed io oggi mi accetto così come sono!
Ho imparato ad accarezzarmi, a prendere cura del mio corpo e del mio spirito, riempiendo me stessa del mio affetto, le mie paure con le mie incertezze.
Ho imparato a valorizzarmi e considerarmi una bella persona, ho imparato a perdonare i miei sbagli perché non serve colpevolizzarsi fino a sentirsi una nullità. Una donna sa sempre rialzarsi e guardare al suo domani a testa alta… l’importante è non perseverare…
E questo è fondamentale.
Oggi non sono disponibile a donare il mio affetto a chiunque, neanche in amicizia, sono diventata esigente e a volte troppo critica sia con me stessa che con gli altri, io seguo la mia strada. Non assecondo la corrente ma seguo la mia strada con determinazione.
Non sono più così importanti le lusinghe altrui perché io so quanto valgo e basta questo, mi considero come uno scrigno prezioso al cui interno si trova un tesoro , ma che non è visibile a tutti; ricordo quando dissi questo a Don Mimmo e lui si commosse… con questo non voglio dire che ho raggiunto la pace dei sensi, assolutamente no; so di potere ancora ricadere perché la solitudine è una brutta bestia ma ho anche imparato dopo tante umiliazioni e ricadute che in questo mondo ci sono ben altre sofferenze più gravi, e che lassù c’è un Dio che è sempre pronto ad amarmi e a darmi conforto e grazie a Lui che oggi anche senza un uomo accanto mi sento degna di essere me stessa, perché Dignità è Amore, è Perdono, è anche sofferenza e solitudine ma è soprattutto Riscatto verso una vita nuova.
Ogni azione della propria vita lascia delle conseguenze,siano esse buone o cattive, l’importante è farne tesoro, per migliorare se stessi e di conseguenza il rapporto con gli altri.
Sono consapevole di non avere un carattere abbastanza forte e deciso per riuscire sempre in questo intento ma mi sforzo ogni giorno e cerco di essere coerente con i miei principi, per poterli trasmettere ai miei figli.
Sto cercando di essere una buona mamma per loro, sto crescendo insieme a loro, non si finisce mai di imparare nella vita e soprattutto con i figli.
Durante il percorso ho dovuto mettere in discussione il mio essere “mamma” e non è stato facile.
Non volevo accettare di avere delle carenze e tanti comportamenti da modificare.
Con l’aiuto dell’operatrice di Comunità, sono molto cambiata con la mia bambina; ho avuto la netta sensazione di averla partorita per una seconda volta, perché sentivo crescere in me la voglia di occuparmi di lei, la voglia di sacrificarmi anche per lei, e la voglia di prendermi cura, con tanto amore per lei.
Quel senso di rifiuto, quel senso di limite che mia figlia rappresentava, lentamente, durante il mio percorso,con alti e bassi, è tutto scomparso.
Oggi a casa, ho ripreso con me anche mio figlio Gianluca anche se con lui le problematiche sono un po’ diverse…
Non sento più la difficoltà nell’accettarmi come mamma, anzi oggi per me è il mio ruolo principale e loro sono la linfa della mia vita.
Con Gianluca ho dovuto lentamente ricucire un rapporto interrotto da ben due anni di distanza, due anni tanto sofferti per entrambi.
Gianluca era diventato molto timido, molto impaurito da qualsiasi cosa, iperattivo e distaccato, non voleva nessun contatto fisico e urlava sempre.
Ho avuto paura, e ho dovuto fare i conti con i miei sensi di colpa ma ormai era tutto chiaro in me, sapevo come agire, l’ avevo già fatto… e con tanto amore e pazienza ho ricucito il rapporto con lui.
Oggi siamo una famiglia serena ed unita: Gianluca e Carla vanno finalmente d’accordo, la competizione tra loro va scemando sempre più, sono due bambini felici, sicuri e pieni di vita ed io sono soddisfatta di come sto portando avanti la mia vita con loro.
Ecco ,oggi ,i miei figli non rappresentano più un limite, ma una fortuna.
Amo il mondo dei bambini, amo giocare con loro, emozionarmi con loro per le cose più semplici, con loro torno anche io bambina e a sorridere alla vita senza alcuna paura.
Sono anche esigente per quanto riguarda la loro educazione; a volte mi accorgo di esagerare, pretendo molto e allora allento un po’ la corda, a volte penso di essere un po’  “rompiscatole” perché troppe regole fanno male ( per esperienza personale !!! ) e allora torno paziente.
Quando poi vedo Carla che si mette ad apparecchiare di sua spontanea volontà o che mette il pigiama sotto il cuscino o Gianluca che aiuta sua sorella a vestirsi, allora dall’emozione mi vengono le lacrime e mi ritengo soddisfatta di come stanno crescendo.
Oggi mi rendo conto di quanto sia difficile essere un buon genitore perché non ci sono schemi o regole da seguire, si impara ogni giorno, insieme; oggi quei consigli di mio padre che io tanto contestavo sono gli stessi che io dico ai miei figli perché li ho fatti miei.
Spero solo che loro saranno meno ribelli di me… io cercherò di essere sempre al loro fianco, di farli sentire amati, e prima di andare al letto ogni sera darò loro la mano e gli sussurrerò: “Vi voglio tanto bene”.(Francesca)”
 Spesso la consapevolezza dell’enorme dono di essere genitori arriva tardi e talvolta la riparazione è dura e difficile, irta di dolore, ma, comunque, sempre possibile. Questa storia dimostra che un’altra piccola isola di non inferno, con difficoltà , è nata, e si è connessa con le altre.
Pertanto, consci della nostra ed altrui vulnerabilità, dobbiamo farci cercatori del tesoro e della ricchezza nascosti nelle pieghe della vita di chi educhiamo, costruttori di isole di non-inferno, tessitori di relazioni, perché solo attraverso la relazione il nostro personale disagio può diventare un nuovo mondo interiore da abitare e condividere.
Dobbiamo scegliere di stare dalla parte giusta: non quelli con l’indice puntato verso le madri, colpevoli di moda in tutte le analisi sociologiche di ogni strana deriva del nostro tempo, ma accanto a madri e figli,e padri, fragili anche noi e pertanto legati alla loro vulnerabilità. Educatori non perché migliori, ma in quanto solo, semplicemente, straordinariamente, uomini e donne.

di Don Mimmo Battaglia - Presidente FICT

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