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Carcere e legalità: "Perché l’amnistia?"

Carcere e legalità:

La situazione penitenziaria viaggia sempre di più verso il collasso. Su queste pagine ho cercato di affrontare il problema provando ad esprimere un pensiero che tenesse conto delle esigenze di sicurezza della collettività e di quelle costituzionali, che ravvisano nell’esecuzione di una pena detentiva un momento di riflessione e di cambiamento dell’autore di reato.

Mi rendo conto che la coniugazione di queste istanze si rivela sempre più difficile ma non impossibile. Mi sembra che lo Stato si arrenda di fronte ad un problema di politica criminale apparentemente contraddittorio, in realtà assai più semplice, abbandonando una serena riflessione sulla costruzione di percorsi diversi ugualmente contenitivi ma forieri di risposte educative e preventive.

Ecco che a fronte della prospettazione di nuovi istituti penitenziari – basterebbe in realtà rendere utilizzabili complessi già realizzati che rappresentano autentici mostri ecologici ed inutili
– si levano voci esasperate che invocano nuovi provvedimenti di clemenza.
Perdonatemi lo scetticismo nei confronti di una polemica sterile che rischia di alimentare inutili speranze ed esprime una rinuncia alla pretesa punitiva nei confronti di reati che pongono questa società in uno stato di continua – spesso esagerata – insicurezza.
Leggo l’art. di Dimitri Buffa pubblicato su “L’Opinione” del 21 febbraio che sottolinea come il carcere rappresenti una sempre più grave discarica sociale. Su questo punto, credo, siamo tutti d’accordo.  Invoca, dunque, una riflessione sull’art. 79 della Costituzione che richiede una maggioranza qualificata per l’approvazione dell’amnistia e dell’indulto sostenendo che per il problema delle carceri, in questo momento, l’amnistia presenti un vantaggio in più rispetto all’indulto: quello di far uscire dagli istituti categorie come gli stranieri (che potrebbero tornare nel paese d’origine) e i tossicodipendenti (che potrebbero essere più agevolmente avviati verso percorsi di recupero). Ma soprattutto ipotizza una decongestione del sistema giudiziario penale.
Mi pare che questi fossero gli argomenti sostenuti nel 2006 alla vigilia dell’approvazione dell’indulto ed, infatti, Buffa recrimina come sia stato un errore licenziare solo questo secondo istituto. Probabilmente è vero, ma ora mettere mano ad un nuovo provvedimento di clemenza rischia solo di alimentare la percezione di uno stato incapace di attuare sagge politiche criminali. Rappresenterebbe ancora una volta un rinvio di una presa di posizione seria e continuativa di uno Stato moderno capace di favorire una crescita rispettosa dei propri cittadini e di rassicurarli nella loro vita quotidiana.
Invece, dunque, di alzare di nuovo le mani di fronte alla propria impotenza lo Stato potrebbe rivedere provvedimenti legislativi tanto impopolari quanto inutili.
La legge “ex-cirielli” non ha rappresentato alcuna risposta illuminata, primo perché non ha fornito quella risposta preventiva agognata perché  le categorie sociali definite “discarica” non sono state certo messe in condizione di non reiterare comportamenti delittuosi; secondo perché ha inibito la creazione di percorsi costruttivi e riabilitativi, che sarebbero un nostro fiore all’occhiello, apportando un drastico taglio alle misure alternative o, quanto meno, alla possibilità di usufruirne.
In questo senso sono proprio le categorie più disagiate dette “discarica” a farne le spese. E così “sempre sarà” anche a seguito dell’approvazione della invocata amnistia.
Dal 2006 ripeto, senza stancarmi, che il combinato disposto della legge “ex-cirielli”, della “Bossi-Fini” e della “Fini-Giovanardi” vanifica qualunque possibilità di intervenire sui problemi connessi e non fa che alimentare l’ingresso di categorie svantaggiate in carcere. E ciò avverrà anche dal giorno immediatamente successivo all’applicazione di qualsivoglia provvedimento di clemenza.
Chiediamo al Governo di rivedere l’atteggiamento giustizialista senza dover rinunciare alla pretesa punitiva. Sollecitiamolo a riprendere in mano quella riforma del codice penale che giace sepolta in qualche archivi e che porta la forma di Grosso.

di Marco Cafiero

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