Mag28

Quando partorire diventa una colpa

Il film Cafarnao come rappresentazione della gettatezza in Martin Heidegger

Quando partorire diventa una colpa

Kĕfar Naḥūm

cafàrnao (o Cafàrnao) s. m. [dal nome di Cafarnao (ebr. Kĕfar Naḥūm  “villaggio della consolazione”, gr. Καϕαρναούμ), città della Galilea sul lago di Gennesaret, centro della predicazione di Cristo, per metafora nata dalla gran moltit-udine accorsa ad ascoltare Gesù e sul modello del fr. capharnaüm], invar. – Luogo di confusione, ambiente dove c’è mo-lta roba alla rinfusa, ammasso di cose disparate. Locuz. scherz. mettere o mandare in c., inghiottire, mangiare...

Checché ne dica l’Enciclopedia Treccani, una cosa è sicura. Cristo non si è fermato a Cafarnao. Quella che può sembrare a tutti gli effetti un’incongruenza storica, non è altro che l’indigesta verità cui ci sottopone il film che dalla città della Galilea prende il titolo. Cafarnao – Caos e miracoli, reperibile da qualche giorno nelle sale italiane, è l’ultima toccante opera della regista libanese Nadine Labaki. Aggiudicatosi il Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2018 e già candidato ai Premi Oscar 2019 come Miglior Film Straniero, Cafarnao vede Zain, un dodicenne che abita negli slum di Beirut, intentare una causa nei confronti dei suoi genitori – sembra paradossale – per averlo messo al mondo. Ma la pellicola che tutti avremmo creduto incentrata interamente sul processo, come lasciato intendere dai trailer che ne hanno preceduto l’uscita, lo sfrutta piuttosto come cornice narrativa per gettare uno sguardo sulla vita di Zain attraverso l’ampio utilizzo di flashback.

Un nastro riavvolto per riassumere le tappe che l’hanno condotto, in quell'aula di tribunale, a compiere l’estremo gesto, ripudiando anche solo l’idea che la propria nascita possa avere un senso, che sia frutto di un disegno o un volere superiore, e che non si riduca semplicemente a ciò che appare, un’insensata sequela di sofferenze e soprusi. Mali non affatto alleviati dai suoi genitori, che ne sono invece ora i diretti ora gli indiretti responsabili. Responsabilità diretta nello sfruttamento perpetrato da questi nei confronti dei numerosi figli, costretti a lavorare da mane a sera e trattati come merce da scambio. Appena ‘sbocciata’ una delle sorelle di Zain e sua coetanea, al primo segno di mestruazioni, verrà infatti concessa in sposa a un uomo molto più grande di lei in cambio di una manciata di galline, destinata quindi a una fine atroce poiché incapace di sostenere una gravidanza in così giovane età. E responsabilità indiretta nell'aver messo al mondo irresponsabilmente – mi si passi il gioco di parole – molti più figli di quanti ne potessero effettivamente mantenere.

Cristo non si è fermato a Cafarnao - Il film è a dir poco commovente, ma in modo tutto particolare, come non si vedeva da tempo. Lungi dal voler strappare una lacrima sfruttando tutti i buonismi del caso che normalmente s’impiegherebbero, come ha invece sostenuto con estrema brutalità il critico A.A. Dowd, che l’ha definito un “mucchio di tristezza che confonde le difficoltà non-stop per il dramma, implorando le nostre lacrime in ogni momento”, Cafarnao riesce invece a smuovere con la semplicità del fatto compiuto. Con quei suoi primi piani di Zain e famiglia, intervallati da stacchi di montaggio apparentemente innaturali, parrebbe che la Labaki intenda mostrare con un incessante realismo, spurio da qualunque tipo di giudizio morale, tutta una sequela di immagini che rappresentino la devastazione e il disagio sociali dei suoi protagonisti. La regista trasforma il film in una sorta di reportage fotografico di quell'Ammazzatoio terzomondista – Emile Zola insegna – che è il Libano. Un luogo che però viene specificato solo a pellicola inoltrata, e che dunque può assumere i connotati di un qualunque altro Paese che viva nelle stesse condizioni di miseria. Può diventare un ‘ombelico del mondo’, per non citare altri interstizi, che si faccia teatro di una storia universale. La Labaki riesce insomma, con la semplicità di un’inquadratura, a veicolarci un messaggio ben chiaro, al quale l’Occidente non può che rispondere accorrendo in aiuto: “Non si può più continuare a voltare le spalle e restare ciechi davanti alla sofferenza di questi bambini che si battono come possono in questo Cafarnao che è diventato il mondo” – citando le parole da lei pronunciate sul palco di Cannes in occasione della premiazione. Sofferenza perfettamente interpretata da un bambino, Zain Al Rafeea, che prima di diventare attore ha vissuto un’esistenza molto simile a quella della sua controparte cinematografica, in qualità di rifugiato siriano che ha abitato personalmente negli slum di Beirut per otto anni. Costretto a crescere troppo in fretta, abituato a linguaggi e gestualità che se visti in un bambino di quella stazza fanno quasi sorridere, ma di un riso dolceamaro cui pure Nadine Labaki non rinuncia in nome di quel già citato realismo che la porta a far risaltare come gli aspetti più negativi, così anche quelli più comici di una vita, quella di Zain, che a ben guardare è però segnata prima ancora di avere inizio.

La gettatezza - “Quel bambino è morto ancor prima di nascere” dirà Zain al giudice in riferimento all’ennesimo figlio che sua madre ha scoperto di portare in grembo, e al quale ha intenzione di dare il nome – un po’ per sopperire alle sue mancanze – della defunta Sahar. Una frase questa che ricorda tanto quel capolavoro della filosofia novecentesca che è Essere e Tempo (Sein und Zeit) di Martin Heidegger, un’opera risalente al 1927 nella quale il filosofo tedesco si riprometteva di rispondere alla questione riguardante il senso dell’Essere, finendo però con l’esaminare soltanto ciò che avrebbe dovuto fungere da semplice argomento introduttivo, ovverosia quel particolarissimo Essere dell’Uomo che egli chiama Esserci (Dasein). Se la già citata frase di Zain può far pensare a quell’essere-per-la-morte di cui parla Heidegger, intendendo il fatto che l’Uomo sia un ente costitutivamente morente – “Appena nati siamo già abbastanza vecchi per morire” – è la sua presa di posizione giuridica a valere maggiormente in rapporto alle istanze heideggeriane. E soprattutto in virtù di quel fondamentale e pressante concetto da lui enucleato nella parola tedesca geworfenheit. La gettatezza esprime la radicale impossibilità, per l’Uomo, di decidere della sua stessa esistenza, dovendone subire piuttosto il suo immane peso. Questa sua – detta brutalmente – incapacità di scegliere se nascere o meno, trovandosi invece gettato nel mondo quasi fosse un sacco della spazzatura, è aggravata e resa ancor più tragica dal fatto che il suo esser-gettato non è riconducibile a un qualche scopo o disegno superiore, ma è anzi privo di “alcuna provenienza o finalità che siano altro rispetto al proprio nudo esistere”.

Detta in altri termini, “l’Esser-ci è consegnato al suo stesso ci”, dove con ci s’intende il qui e ora della sua quotidianità media, fatta di dolori e soprusi. Un’esistenza che si rivela ancora più tragica se il luogo nel quale (non) decidiamo di nascere, non sono le ricche metropoli d’Occidente, ma piuttosto i putrescenti slum di Beirut, un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Quel mondo reale di cui si sente parlare, in tutt’altro contesto, in Animali Notturni (2016) di Tom Ford, dove uno dei comprimari, riferendosi alla depressione e noia serpeggianti nel suo ovattato ambiente di aristocratici, ricorda che “il nostro mondo è molto meno doloroso di quello reale”. Eppure, anche di fronte allo sconforto più totale, Zain dimostra di saper assumere su di sé entrambe le facce che compongono l’esistenza umana come delineata da Heidegger. L’Uomo è sì gettato nel mondo, e quindi sottratto alla decisione sulla sua nascita, sul suo Esser-ci, ma in un modo tale che il suo Essere è aperto a ogni possibilità, che egli diviene l’unico ente che può decidere del suo Essere. Che possiede – volendo brutalizzare – il libero arbitrio sul suo modo d’essere. Troppi ‘essere’, penserete. Detto più semplicemente: non scegliamo la vita, ma possiamo scegliere come viverla. Siamo quindi, dice Heidegger, dei progetti gettati, non solo perché progettiamo la nostra vita, ma perché siamo pro-iettati verso le infinite possibilità che offre. E così Zain, gettato in un mondo a lui ostile, diventa progetto nel momento in cui si ribella alla vita che gli è capitata fra capo e collo, e assume su di sé la responsabilità del proprio avvenire.

di Carlo Giuliano

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