Ott26

"La comunità territoriale nuova frontiera educativa"

Intervento del Presidente della F.I.C.T., avv. Luciano Squillaci, tenuto al Convegno "Le dimensioni psicologico-cliniche dell'adolescenza: evidenze empiriche e linee di intervento", organizzato dal Centro di Solidarietà di Pescara

Innanzi tutto grazie per l'invito. È sempre un piacere avere l'opportunità di ragionare insieme di temi molto cari alla mia Federazione ed al Ceis di Pescara come appunto quelli educativi, ed in particolare con riferimento a quelle che vengono definite le fasce più deboli, le cosiddette “fragilità”.

Non sono evidentemente in grado di apportare un contributo scientifico al dibattito, come invece egregiamente è stato fatto stamane da relatori ben più competenti di me. Proverò solo a portare 4 suggestioni 4 spunti che derivano dalla mia esperienza personale, frutto dell'incontro con tante fragilità, non ultima la mia, e degli ormai tanti anni di vita oltre quelli che oggi la nostra società definisce margini.

Affrontiamo un tema molto difficile. Quando si entra in contatto con la fragilità, ed in particolare con la fragilità di adolescenti e giovani, occorre farlo con grande rispetto ed in punta di piedi, senza mai dimenticare che le difficoltà, le cadute e le ricadute, ed anche la stessa devianza, a questa età, fanno parte della normale fatica del crescere.

Oggi si fa tanto parlare di emergenza educativa. Io non entro nel merito di questa definizione, per quanto sono personalmente contrario alle derive emergenziali perché spesso determinano risposte parziali e superficiali dettate dall'onda emotiva del momento.

Ciò che è certo, è che viviamo l'epoca della complessità, dove complessità non è necessariamente un'accezione negativa, ma determina la necessità di risposte articolate e multifattoriali ai diversi e mutevoli bisogni della gente, ivi compresi e forse soprattutto, a quelli educativi.

Dicevo che la complessità non va intesa necessariamente in senso negativo. La complessità dell'oggi rappresenta infatti le infinite connessioni con le quali più o meno consapevolmente ci confrontiamo quotidianamente. Dovessimo immaginare una sorta di realtà invisibile che ci circonda, la vedremo come un fitto reticolato di collegamenti più o meno profondi o superficiali che ci rendono costantemente interconnessi tra noi.

È questa interconnessione è forse la principale ragione di complessità della nostra società moderna, ma anche la più grande opportunità o risorsa che abbiamo.

Nessuno può farcela da solo. Questo è il primo assunto della fitta rete di connessioni in cui siamo volenti o nolenti tutti coinvolti. Nessuno può farcela da solo è anche il vecchio paradigma delle comunità per tossicodipendenti o alcolisti dei primi anni 80. Era credo anche il paradigma di allora dei gruppi speciali del Ceis di Pescara. Ed a quel tempo aveva un senso. Parlavamo di giovani che si facevano per stare fuori dal gruppo, per estraniarsi da una società in cui non si riconoscevano.

Per loro acquisire la consapevolezza di non potercela fare da soli era questione di vita o di morte.

Oggi però a mio avviso i nostri ragazzi, tutti i nostri giovani, non solo quelli che definiamo deviati, sono figli dell'era digitale, sono immersi, sin dalla nascita, in una sorta di connessione infinita senza limiti e confini.

Hanno la piena consapevolezza della pluralità.

E allora, ed è il primo spunto che vorrei dare, proviamo ad invertire l'assunto nessuno può farcela da solo. Proviamo a leggerlo in positivo: tutti possono farcela insieme. Ed ecco il primo spunto di ragionamento. In quel “tutti possono farcela insieme”, risiede non solo il messaggio educativo per i giovani, ma soprattutto lo stile educativo per gli adulti.

Paradossalmente, all'interno di una comunità multietnica, multi religiosa, multi professionale, multi disciplinare, multi ogni cosa, negli anni non abbiamo assistito, come invece si sarebbe potuto immaginare, all'allargamento includente di un unico confine, ma alla moltiplicazione e la frammentazione in piccoli confini costretti a toccarsi e contaminarsi tra loro, all'interno di una più grande comunitá ancora informe e senza identità comune.

Ed ecco allora il secondo spunto. Se vogliamo trovare strumenti educativi adeguati, in particolare con le fasce più difficili, dobbiamo cercare le risposte su quelle linee di confine, provando a costruire ponti tra i diversi attori, facilitando il dialogo e le mediazioni, famiglie, scuole, istituzioni, associazioni. Per far crescere un bambino è necessario un villaggio intero.

Occorre in altre parole la piena consapevolezza di una responsabilità diffusa verso le nuove generazioni.

In un'epoca complessa come la nostra non è pensabile la delega esclusiva alla famiglia, oppure alla scuola o ai servizi educativi. Chiamatela alleanza educativa, anche se a me piace più patto educativo perché rimanda ad una maggiore e più profonda condivisione di una semplice alleanza per una convenienza comune.

Come? Ed ecco il terzo spunto. Non voglio evidentemente avere la presunzione di fornire strumenti metodologici. Credo si debba però, al di là degli strumenti utilizzati, riscoprire la pazienza dei legami. Non è facile lavorare insieme, ma è ancora più difficile accettare a monte, con reale disponibilità e consapevolezza, la necessità di farlo. Tutti noi siamo naturalmente portati a ritenerci sufficienti a noi stessi. L'approccio comunitario parte dall'assunto esattamente contrario: è solo se si è disposti a correre il rischio della contaminazione che si riesce a scoprire la validità di un intervento educativo di sistema. Ed è chiaro che perché ciò avvenga occorre lavorare fortemente sui legami fiduciari tra i diversi attori. A volte l’etimologia delle parole, il significato della loro radice, ci aiuta a comprenderle meglio. La radice più antica della parola fiducia ad esempio dal latino Fides che a sua volta deriva dal greco e dal sancrito che ovviamente non può voler dire fiducia, che ne è un derivato, ma vuol dire corda. Ecco che la fiducia significa di fatto gettare una corda, annodare, legare.

Ma anche la corda è un concetto ambivalente. Può essere letto in positivo, come la costruzione di ponti (non quello sullo stretto!), ma può anche essere interpretato negativamente come un qualcosa che lega, intralcia, soffoca.

Un esempio su tutti: i sempre più difficili rapporti tra genitori e scuola. È evidente che si è perso in gran parte il legame fiduciario che portava anni fa i genitori ad affidare senza alcun timore i propri figli ai professori. Di contro la scuola, sentendosi costantemente sotto accusa, ha a poco a poco accentuato quello che io definisco il processo di "burocratizzazione preventiva", un meccanismo al quale assistiamo in tanti settori della pubblica amministrazione, ma anche di alcune organizzazioni e società private, che porta a moltiplicare all'infinito documenti e moduli, relazioni e informative, necessarie non per il progetto educativo in sè, ma per rispondere alle future possibili contestazioni. Ecco, se non si scardina questa difficoltà che è propria, si noti bene, delle linee di confine, se non si ricostruiscono i legami fiduciari, sarà comunque difficile, qualunque sia il metodo, costruire davvero una comunità educante. Ecco perché parlo di pazienza dei legami. Perché la fiducia si ricostruisce solo con un paziente e costante lavoro di ricostruzione di relazioni significative tra i diversi attori. Peraltro le istituzioni, le organizzazioni, le scuole, non possono parlare, tra loro non comunicano, le persone si...

Ma per fare cosa? Ultimo spunto che mi sento in piena umiltà di lasciarvi è l'obiettivo da porci con i ragazzi: educare alla speranza.

Mala tempora currunt, sed peiora sequntur…

Noi a cosa educhiamo? Il rischio è educare all’adattamento. Matrix

Oggi fatichiamo ad individuare e realizzare percorsi educativi realmente validi. Dalla famiglia alle scuole, passando per i gruppi parrocchiali ed i centri di aggregazione, tutte le agenzie educative si scontrano oggi con la loro inadeguatezza. Il motivo, a mio avviso, sta nel fatto che, più o meno consapevolmente, non perseguiamo obiettivi realmente educativi, cioè non tentiamo di trarre fuori dall’adolescente l’Uomo, con le proprie risorse e le proprie fragilità, ma cocciutamente, forse per l’insicurezza e la precarietà di cui siamo portatori, vogliamo asseverare il giovane alla nostra filosofia di vita.

Ecco che gli amici, inevitabilmente, diventano le cattive compagnie, la scuola da luogo di sperimentazione diviene carcere obbligatorio con tanto di perquisizioni e controlli di polizia, il gruppo parrocchiale da scelta convinta e piacevole si trasforma in necessità per uscire senza rispondere a troppe domande. Persino lo sport, da divertimento puro, diventa luogo per primeggiare a tutti i costi, con o senza aiuti chimici.

Noi adulti abbiamo troppo spesso la falsa percezione che, in qualità di educatori istituzionali, abbiamo il dovere/diritto di agire per il bene dei giovani che a vario titolo ci “appartengono”.

In realtà nessuno di noi è educatore per il solo fatto che ha partorito un figlio o gli viene affidata la responsabilità di una classe o di un gruppo.

Ma soprattutto non è vero che i ragazzi ci appartengono.

Ultimo elemento: educare alla fragilità.

Educare i giovani alla consapevolezza ed alla accettazione dei propri limiti, della propria fragilità, significa educarli al cambiamento. Solo i ragazzi che oggi avranno l’opportunità di una coerente testimonianza di fragilità, saranno capaci domani di ritrovare nell'altro, chiunque egli sia, non un diverso di cui diffidare, ma un altro sé da rispettare, da amare e di cui fidarsi.

Adolescenza come risorsa, fragilità come conoscenza di sé.

di Luciano Squillaci - Presidente FICT

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