Set25

In ricordo di Don Egidio Smacchia

In ricordo di Don Egidio Smacchia

Caro don Egidio, è trascorso un mese e mi riporto là, nella tua chiesa e nel tuo paese.

Osservo la tua foto sopra la bara mentre prego accanto al corpo che eri, e che sei, nel Cristo Risorto. La fisionomia è della taglia di S. Antonio da Padova, quello vero non quello dipinto. Volto comunicante, aperto e intelligente. Il sorriso un pò sornione, che pensa più di quel che ti dice.

Arrivato presto, nella chiesa intitolata al Santo che porta il tuo nome, ho tutto il tempo di far risuonare le tue parole nelle orecchie della memoria.

Non usavi tante parole ed ecco spiegato perché stavi in silenzio ad ascoltare molto.

Mi trovo a fare il giornalista. Ormai è un istinto. Domande e risposte. Purtroppo senza te vivo davanti. Sei dentro una bara elegante, solo un mazzetto di fiori sopra. C’è il Vangelo aperto e la tua stola bianca.

Più tardi arriva un ragazzo in carrozzina, depone un piccolo cuscino, che posta ai tuoi piedi. Non so cosa ti lega a lui, ma il ragazzo è molto commosso.

Questo piccolo episodio mi distrae dal lungo dialogo con te e mi accorgo che sta arrivando gente. Là accanto sono d’intralcio, quindi mi allontano e mi pongo in una delle sedie destinate ai preti. Domande e risposte si alternano alle Ave del rosario. Mi distraggono. Allora comincio a leggere il breviario. Peggio ancora.

Tutto comincia da Roma, anzi in uno scorcio d’incontro a Lucca nel lontanissimo 1982. Ma di questo nulla ricordo.

D. - Cosa ne dici del progetto di don Mario Picchi?

Egidio – E’ un programma ottimo, piuttosto difficile da applicare. Esige fatica. Ne vale la pena.

D. - Sono lontanissimo da Roma, a differenza di te.

Egidio – Il programma non sta a Roma. Sta dentro di te. Non va copiato. Va vissuto.

D. - Mi sento solo. Tu come fai in merito?

Egidio – Buona la sensazione. Ti dice che non puoi far niente da solo. Io da solo non riesco a far niente.

D. – Tu come fai? Mi trovo davanti a continui ostacoli su tutto.

Egidio – Non devi far tutto tu. Perché non mostri il limite e i bisogni del Centro? Non appena capiscono quel che fai, vedrai, ti daranno una mano a superare gli ostacoli.

D. – Ma occorre battagliare? Mi sento uomo di pace e non di guerra.

Egidio – E’ un servizio che può richiedere di far battaglia. Perché non ti circondi sempre dalle famiglie?  Vincerai la battaglia.

D. – Qualche manager con problemi di giustizia mi chiede di entrare in programma. Posso fidarmi?

Egidio – Ne ho anch'io. Fidati. Se te l’hanno chiesto, si fidano di te. Questa  è una buona premessa.

D. – Ma vedono le cose in modo loro. Ti ascoltano?

Egidio – Per questo possono essere molto utili al programma. Possono aver sbagliato, ma pensano e vedono le cose in maniera rapida e diversa. Molto diversa da te e da me.

D. – Ma te, ti ascoltano e ti seguono?

Egidio - Vedono dinamiche e processi di sviluppo, collegamenti che tu non vedi. Tu … ascoltali tu.

D. – Tu, come me, fai moltissimo per il programma PU, come mai ci conoscono così poco?

Egidio – Sì, è un  problema. E’ il nostro problema. Bisognerebbe chiamare dentro, a vedere, gente che scrive, gente del calcio e dello spettacolo, non so …

D. – Ho cercato di farlo, sono giornalista, chiamando. Non capiscono gran che. Tu che hai fatto?

Egidio – Anche se non capiscono tutto, importante che ne parlino e attirino l’attenzione. Magari su qualche particolare. Stentiamo anche noi a capire quello che facciamo. Ti pare?

D. – Hai realizzato cose grandi, edifici e strutture. Come fai a trovare i soldi?

Egidio – I soldi non sono il primo problema. I soldi arrivano, quando hai un’idea chiara e l’obiettivo importante. Trovare l’obiettivo chiaro del servizio, come necessario, come esigenza e bisogno sociale, questo è il primo problema.

D. – Spesso non ti credono proprio!

Egidio – E’ la realtà. Ma poi vedono tutti che non c’è un tuo interesse personale. Non appena si accorgono di questo, le cose si fanno.

D. – Sei stato geniale. Uno dei pochi che ha realizzato un programma e una comunità per minori, efficace ed efficiente. Riuscendoci, per davvero. Come hai fatto?

Egidio – Non lo so. È venuta. Non per merito mio, per merito loro. E di chi lavora insieme con me.

D. – Qual è il segreto? Smetti di essere modesto!

Egidio – Con i minori bisogna essere padre, fratello e amico, oltre a tenere il timone. Un bel guaio! In tutti ci siamo riusciti. Ecco, ho tenuto e tengo il timone.

D. – Ti è servita la formazione professionale psicologica?

Egidio – Certo. Soprattutto per chi ti chiede: come mai tu fai questo? Che titoli ha? Ma è l’esperienza che guida le proposte e le decisioni. Mi sono stati chiesti i titoli, proprio quando la realtà di vita dei ragazzi e la proposta spiazzavano chi doveva rispondere di essa. Toccava quindi a loro, non a te.

D. – Una specie di loro ‘legittima’ difesa?

Egidio – Parli difficile. Ma ti capisco. Però la polemica non serve a niente. Bisogna battagliare, piuttosto.

D. – Non vedi a quale grande confusione andiamo incontro?

Egidio – Vedo. Non cambia niente. Un impegno in più da parte nostra.

D. – E Dio dove lo metti, nel programma?

Egidio – Lui c’è già. Solo nella fraternità e nel senso dell’altro lui si mostra. E allora si capisce e scatta la Fede. La Fede in quello che facciamo e di chi ci ha preceduto.

D. – Dopo l’esperienza tua personale da presidente, la Fict ha un futuro?

Egidio – Io sono molto grato alla Federazione, per quello che mi ha dato e continua a dare proprio per non sentirci soli a fare questo lavoro. Lavoro splendido, difficilissimo se vuoi, ma possibile: dare vita e libertà alle persone. Credo che tutti coloro che lavorano nei Centri non sappiano il grande lavoro che fanno, non hanno il tempo per rendersene neppure conto, occupati come sono. Anche per questo serve la Federazione.

D. – Ma a cosa può servire, soprattutto, la Federazione?

Egidio – Aiutare tutti coloro che lavorano nei Centri a non perdere mai di vista i valori sui quali si fonda il nostro lavoro. Tra essi, in primis, solidarietà, condivisione, reciprocità che si praticano nel programma PU e devono caratterizzare pure i rapporti istituzionali dei Centri e gli stessi ambiti di lavoro.

D. – Si può sperare in un rilancio del lavoro nell'area delle dipendenze?

Egidio – Non so come andrà il futuro, non sono profeta. Per riuscire a rimettere al centro le dipendenze, che ci sono e aumentano, servono relazioni con tutti i soggetti pubblici e privati interessati. Servono alleanze accordi con tutti coloro che si interessano ai più deboli, anche con enti e aziende che sembrano lontane da questo problema. Solo le relazioni ci aprono il futuro.

D. – Hai visto i tuoi ragazzi, ti hanno accompagnato fino al vialetto del tuo cimitero? Hanno fatto gli ultimi passi con te, ma accanto alla tomba non ci stavano.

Egidio – Appunto. Il loro futuro è la vita libera, non la tomba. Li ho visti e li ho benedetti, dall'Alto.

Gigetto De Bortoli

Written by don Gigetto De Bortoli, Posted in approfondimenti

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don Gigetto De Bortoli

don Gigetto De Bortoli è il Direttore Responsabile del settimanale online Progetto Uomo per il Sociale

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