Nov14

E se non venissero accolti? “Nel cuore e negl’occhi dell’altro”

E se non venissero accolti? “Nel cuore e negl’occhi dell’altro”

Nel 2015 ANTONELLO GUERRERA giornalista di Repubblica intervista Bauman sul tema delle profuganze.

Ma l'Europa cosa può fare per risolvere questo disastro umanitario?

"L'antropologo Michel Agier ha stimato circa un miliardo di sfollati nei prossimi quarant'anni: "Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell'umanità". Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un "non luogo", che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili "non luoghi", e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina"

Ecco un riferimento quantitativo di cosa potrà capitare nei prossimi anni.

Il fermento e lo stato di agitazione dei paesi africani e del medio oriente è notizia di tutti i giorni che ricaviamo da  qualsiasi giornale radio, telegiornale o altra fonte di informazione.

Grandi numeri che spaventano e ci fanno perdere il senso della dimensione umana di quanto sta accadendo.

E’ vero che per alcuni aspetti la storia si ripete ma nella specifica situazione non tutto è uguale. La crisi economica morde, il bisogno di sicurezza e di protezione non solo dei confini nazionali ma di quelli di quartiere sono lì a dimostrare che l’altro è una minaccia e non una possibile risorsa.

Dalle storie che abbiamo incontrato e a cui poi farò cenno, risulta evidente come la maggior parte delle persone che affrontano questi viaggi della speranza si muovono per emanciparsi da situazioni di povertà  più o meno estreme.

Da qui la convinzione che comunque queste persone con o senza l’operazione Mare Nostrum i piedi sulla nostra penisola li avrebbero messi ugualmente.

Di conseguenza credo che la  migliore strategia per affrontare pragmaticamente, qui e ora, questo fenomeno  stia nel preoccuparsi della salute degli immigrati che arrivano e delle modalità di relazione, basata sulla quotidianità e sul recupero della capacità di guardarci negl’occhi.

Due anni fa si poteva parlare di emergenza ma oggi il movimento dei popoli e delle persone anche solo in stato di povertà e di ingiustizia è un dato strutturale che riguarda non solo l’Europa nel suo complesso ma tutti gli stati del mondo che hanno percorsi di democrazia più o meno consolidati.

Concentrarsi sulle storie delle  persone che cercano di emanciparsi da situazioni di rischio per la propria vita è l’antidoto migliore per non farci schiacciare dal peso dei numeri che continueranno a crescere ed è anche la miglior forma di prevenzione possibile rispetto ai diversi rischi che tali fenomeni, così diffusi, portano con sé.

Non tutti sono cattivi e non tutti sono buoni ma questo è tanto più verificabile quanto più il soggetto è in relazione.

La nostra fonte ispiratrice di lavoro con questo nuovo fenomeno di bisogno sociale si basa sull’idea di Progetto Uomo e forse anche per questo motivo, nonostante alcuni problemi e dubbi  sullo sviluppo di questa attività, la maggior parte dei nostri volontari e dei nostri collaboratori, hanno compreso  l’importanza della scelta della Comunità di mantenere al centro delle proprie azione l’uomo e la donna con il proprio portato d’esperienza.

Se la scelta quindi è quella di non alzare “recinzioni” ma creare percorsi di accompagnamento allora le storie fanno le differenze e quindi non solo lo sguardo negl’occhi dell’altro ma anche la simpatia e la empatia ci saranno guida.

Ringrazio chi ci ha offerto un pezzo della loro storia e quindi oltre le immagini anche qualche frammento di racconti possono aiutarci a capire i rischi che giovani e meno giovani oggi decidono di correre per un futuro diverso....

Testimonianza di Fofana:

"La mia esperienza in Italia. Sono nato in Gambia il 10 ottobre 1987 e oggi ho 27 anni. Dal mio paese sono passato per la Libia e come rifugiato, con altre persone, ho sfidato il mar Mediterraneo per salvarmi la vita. Sono stato accolto da un team di salvataggio italiano il 26 Maggio 2014. Prima che fossimo soccorsi dalla marina militare io e i miei compagni di viaggio abbiamo trascorso un giorno in mare. Il giorno seguente siamo approdati al porto di Catania, dove ci hanno ricevuto un gruppo di rappresentanti della Croce Rossa, della polizia e di altre associazioni di cui ora non ricordo il nome.

Una signora delegata dell'ONU, dopo una serie di accertamenti, ha disposto che ognuno di noi profughi venisse trasferito in differenti città e che le nostre vite fossero prese in carico dalle Nazioni Unite e dal governo italiano. Intanto ci è stato dato un numero e siamo stati chiamati uno alla volta, in ordine numerico, affinché scendessimo dalla barca e salissimo su alcuni autobus per andare, scortati dalla polizia, all'aeroporto internazionale di Catania per raggiungere Milano. Una volta arrivati a Milano siamo risaliti su una macchina e ci siamo ritrovati a Reggio Emilia. Qui ci hanno fatto dormire in un hotel in via Roma. Il giorno seguente un signore italiano ci ha radunati e ci ha portati all'ospedale per un controllo completo del nostro stato di salute. Il giorno seguente un mediatore della Costa d'Avorio  ci ha accompagnato in questura dove siamo stati interrogati sulle nostre generalità e sulle motivazioni riguardanti il nostro ingresso nel paese. Un terzo signore, poi ci ha portati alla Caritas a Reggio Emilia, dove ci hanno consegnato una tessera valida tutti i giorni con la quale potevamo prendere da mangiare. Dopo una settimana siamo stati trasferiti in via Oslavia n°21, a Reggio Emilia, e portati al CEIS (Centro di Solidarietà di Reggio Emilia).

Arrivati in via Oslavia abbiamo ricevuto un caldo benvenuto dalla collaboratrice del Ceis, Sandra Canovi, da Valentina e da Lucia.  Ci è stato mostrato l'appartamento e le nostre stanze. Dopodiché ci sono state spiegate alcune regole elementari su come prendersi cura della casa, trattare gli altri e rispettare i vicini per poter vivere senza problemi

Il 16 Giugno 2014 abbiamo incominciato a studiare l'italiano con l'insegnante Silvia, noi abbiamo apprezzato molto questa esperienza che si è conclusa con successo. Il 6 di Settembre 2014 sono andato con il nostro mediatore, Mario, e un altro ragazzo del Gambia a dare una mano nella sede del Ceis a Correggio per pulire ed è stata una bella esperienza vedere un posto nuovo.  Il 23 di Luglio sono stato chiamato a ritirare il mio permesso di soggiorno alla questura.

Il Ceis ci hanno concesso un pocket money settimanale di 30 euro per pagare i biglietti, che noi usiamo alcune volte per comprare oltre al  cibo, che ci passa l'associazione, cose personali ed inoltre riusciamo a risparmiare i soldi per il nostro futuro.

Il 6 di Ottobre abbiamo incominciato il livello due del corso di italiano, con Giulia come insegnante. Ed è terminato con successo il 22 di Dicembre 2014.

In ottobre insieme ad un imbianchino abbiamo dipinto la nostra casa, ci sono voluti due giorni per terminare i lavori.

Considerando come abbiamo vissuto fino ad oggi sono soddisfatto e ho visto i tanti sacrifici  che l’associazione sta facendo (tempo, energie, denaro, materiali) per la mia persona, e di tutto questo sono grato.

Vorrei tuttavia che fosse preso in considerazione quanto sia difficile vivere da immigrato in un paese straniero: ci sono gli svantaggi, i dubbi, le peggiori frustrazioni e difficoltà

Quando mi hanno spiegato che la legge italiana prevede che il permesso di soggiorno non può essere rinnovato se noi non lavoriamo, sono rimasto sorpreso e anche deluso perché ho pensato che, se non riesco a trovare un lavoro, ho paura di  vivere come un senzatetto, un ladro e anche diventare addirittura un criminale, senza che io possa avere una scelta. Spero che lo Stato riveda questa disposizione di legge al fine di creare uguaglianza, giustizia, eque scelte ed opportunità, in modo da poter andare avanti nella vita personale collaborando con la collettività. Ho paura di avere un futuro difficile anche in Italia, essendo stato obbligato dalla mia nazione già a fuggire, senza volerlo, per salvarmi la vita e per non essere imprigionato.

Infine, io vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito in modi diversi alla nostra permanenza qui. Tutti noi dobbiamo considerazione e supporto personale.

Il Viaggio di Fofana. "Sono partito da  Jappineh Jorra, Distretto centrale della Regione del Basso Fiume - scrivo perché vorrei spiegare le motivazioni che mi hanno spinto a lasciare il mio paese per venire qui in Italia. Io ero uno studente in pedagogia che si stava formando per diventare un insegnante di scuola elementare nel King East Distict (dall'11 Novembre 2012 all'11 Ottobre 2012).  In quel periodo sono stato accusato falsamente da una studentessa di scuola superiore di averla messa incinta. Nel nostro paese mettere incinta una ragazza, che è una studentessa, è un atto vietato dalla legge, punito con l'ergastolo. Per questo motivo, pieno di frustrazione e senso di vergogna, ho avuto paura di trascorrere il resto della mia vita in galera. Perciò ho cominciato a nascondermi, cambiando posto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, sapendo che sarebbero venuti a cercarmi a casa. Mio fratello è stato arrestato e malmenato. Sono perciò salito su un bus e dopo diverse tappe sono arrivato a Niamey, viaggio durato quattro giorni. Qui ho incontrato un uomo che mi ha portato ad Agadez e abbiamo progettato il nostro viaggio per attraversare il deserto del Sahara, viaggio che è durato sei giorni. Infine, siamo fortunatamente arrivati in un villaggio di campagna chiamato Obari Break, dove ho alloggiato presso un uomo nigeriano. Io sono rimasto lì per sei mesi durante i quali ho cominciato a formarmi nella piegatura del ferro, come imbianchino e nei lavori manuali. Il primo di Aprile 2013 sono andato a Tripoli, capitale della Libia, alla ricerca di un lavoro, perché la vita era molto dura e non c'era nulla da mangiare. il 26 Settembre 2013, sono stato arrestato da un poliziotto  e mi sono ritrovato in una prigione in Libia. In questa prigione siamo stati presi dai ribelli e trattenuti per un mese, durante il quale siamo stati torturati: alcuni sono stati  sfregiati, altri sono addirittura morti.

L'11 di Dicembre ci hanno fatto salire su quattro camion per essere trasferiti in Niger, scortati da due pick up della polizia. Mentre il camion stava andando mi sono buttato sulla strada, ferendomi, per correre verso la macchina di un altro uomo libico con lo scopo di salvarmi e la polizia ha incominciato ad aprire il fuoco per fermare le persone che stavano scendendo dai camion. Quest'uomo mi ha passato un telefono e mi ha detto di chiamare la mia gente per pagare un riscatto di 500 dinari, affinché venissi rilasciato. Io, con difficoltà, sono scappato e ho incontrato un uomo Nigeriano che mi ha dato del cibo e mi ha fatto salire su un taxi che mi ha portato al villaggio di Obari Break. Qui sono diventato commesso in un supermarket, dove ho lavorato per tre mesi. Ma alla fine del terzo mese, il 31 Marzo, un uomo libico è venuto al supermarket e mi ha detto che voleva del pane vecchio per il suo gregge di pecore. Gli ho risposto che non conoscevo il prezzo e che dovevo consultare il mio capo. Lui si è infastidito e mi ha risposto che ero un cane, un animale e un asino. Mi ha ordinato di aspettarlo che avrebbe posto fine ai miei giorni in questo mondo ed è corso al suo pick up per prendere una spranga di ferro con cui colpirmi sulla testa.

Io sono corso al caffè di un altro negoziante libico per chiedere aiuto. Appena sono entrato nel caffè il proprietario ha detto che se io fossi stato ucciso nel suo caffè lui sarebbe morto insieme con  me.

Nei giorni seguenti io sono tornato a lavoro e il mio capo mi ha detto di rimanere a casa alcuni giorni, mentre me ne andavo ho ricevuto una chiamata da un mio collega che mi informava che la famiglia di quell'uomo era venuta al supermarket e se mi avessero visto mi avrebbero ucciso.

Ho capito immediatamente che dovevo andarmene. Il 9 di Maggio 2014 sono partito per Tripoli ed il 25 di Maggio sono salito su una barca e ho pericolosamente attraversato il mare per scampare alla morte e fortunatamente sono arrivato sano e salvo in Italia."

di Ivan Mario Cipressi - Direttore Fondazione Mondinsieme Reggio Emilia

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